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Differenza tra i giochi tra le quattro mura e in pubblico

Scritto da: Amos

Pubblicato da: Elvira Nazzarri

Nella dinamica di un intenso rapporto d/s che non viene vissuto vivendo lo stesso tetto vi sono differenze di quanto viene percepito durante un gioco privato e in intimità e uscite pubbliche. Probabilmente questo genere di distinzione non avrebbe senso se il rapporto fosse anche di convivenza, in quanto farebbe parte di un flusso continuo ritmato dalla quotidianità.

Durante le uscite ovviamente la parte fisica ha una minore preponderanza e prevalgono gli aspetti psicologici che possono variare in funzione di quanto il dominante abbia voglia di calcare la mano su alcuni aspetti.

Personalmente la sensazione di base che provo quando la mia Padrona mi consente di uscire in pubblico è una sensazione di orgoglio e privilegio. Privilegio per il tempo che si può passare insieme e orgoglio per il fatto di essere in compagnia di una donna sexy e di classe, cosa che viene notata dalle persone intorno, unita al fatto del piacere di poter conversare con una persona arguta e intelligente.

Poi ci sono ovviamente altri aspetti che possono entrare in gioco e la loro sensazione dipende molto da quanto il dominante voglia spingersi. Per esempio dover portare un plug, avere i genitali legati o una chastity cage inducono una sensazione di sottomissione che può essere amplificata se il dominante rimarca questa condizione con commenti verbali o anche dando magari una toccata di nascosto. 

Sensazioni che potrebbero essere ancora più forti se costretti ad applicare costrizioni di varia natura con controllo remoto.

Un ulteriore aspetto che trovo molto imbarazzante in questo genere di situazioni è il dovere rivolgermi dando del lei e ricevere del tu quando qualcuno è a portata d’orecchio. Cosa enfatizzata anche dal manifesto divario di età.

Altro aspetto che sento ancora maggiormente quando siamo in pubblico rispetto al privato è quando la Padrona usa nei miei confronti un linguaggio diretto e magari volgare facendomi domande imbarazzanti. Credo che se fossi un dominante abuserei di questa leva.

Diciamo che un’uscita in pubblico può offrire al dominante diverse possibilità per umiliare e imbarazzare il sottomesso per il quale può essere difficile la sopportazione in mancanza di una forte eccitazione sessuale.

Non oso poi immaginare come potrebbe essere una situazione di questo tipo in presenza di amici e conoscenti della Padrona che a quel punto avrebbero forti indizi della natura del nostro rapporto e in tutta sincerità non so se avrei la forza di reggere l’imbarazzo.

Alla fine credo che nelle uscite in pubblico tutto ruoti attorno alla paura di essere scoperti da persone ignare del rapporto.

Storia di S.

capitolo 1: Le fiamme gemelle s’incontrano

Scritto da S.

Pubblicato da: Elvira Nazzarri

S. era in un momento particolare della sua vita, non aveva interessi e si lasciava trasportare, la sua convivenza era a volte insopportabile, si dibatteva tra il vai e il resta, ogni giorno uno dei due prendeva il sopravvento, un giorno alla noia di un pomeriggio ritornò a guardare il sito di una mistress, lo aveva già visto molte volte, bisognava scrivere, era titubante, ma quel pomeriggio si decise, e scrisse, era una scelta e non si nascose, fu volutamente vago, non voleva esporsi, scrisse qualcosa di banale.

Nei giorni successivi guardò la posta senza riscontro, solo dopo parecchi giorni, ormai sfiduciato, una mattina lesse la risposta della mistress, c’era un numero di cellulare, chiedeva maggiori informazioni su di lui, prese appuntamento, fu spostato e si decise una mattina, non era così interessato, molto aveva vissuto, molto era disincantato, ma la sua sete di novità lo spinse ad accettare l’incontro.

Il mattino sembrò insolitamente lungo, arrivò alla periferia di Milano, una via strana, quasi finta, sembrava di essere in un’altra dimensione, salì lentamente le scale, c’era una porta strana, entrò, la penombra lo avvolgeva e vide finalmente lei, era seduta con le gambe accavallate, S. giudicò le scarpe, i piedi, le gambe e poi lentamente risalì, vide gli occhi, vivi, intensi, da perdersi, era carina, voleva che fosse a suo agio, ma lui era tutto, fuorché tranquillo, una vocina gli suggeriva di andare a scusarsi, ma decise di fermarsi e stare al gioco. Il gioco fu chiaramente ordinario, non c’era conoscenza, ma quando andando via, il bacio sulla guancia per dirsi arrivederci o addio fu per lui strano, ricevette un messaggio inconscio, e per lui, così disincantato, motivo di tornare nuovamente da lei.

S. si chiuse il portone alle spalle che fece rumore sordo, si diresse alla macchina per tornare in ufficio. Mentre guidava nel traffico, pensava all’esperienza appena vissuta, sicuramente il tutto era confezionato molto bene. Lei è molto molto carina, giovane ma si muove da esperta, ha una grande varietà di scarpe décolleté, e per il feticismo di lui, questo rimane sicuramente un punto a favore.

Prima di andarsene lei e lui avevano chiacchierato del più e del meno, scoprirono che erano entrambi del segno dell’ariete, che i loro compleanni erano vicini, lui non diede peso alle date, quello di lei era molto vicino.

Nei seguenti, S. si trovò a pensare a lei, aveva voglia di rivederla, ma non tanto per il gioco erotico, voleva rivederla per scoprire chi fosse veramente, prese un appuntamento.

Ritornò nella via surreale, il secondo appuntamento andò decisamente meglio, ma il bello era sempre nelle parole che si scambiavano prima di lasciarsi. Ad ogni incontro si conoscevano un pochino di più, chiaramente in maniera superficiale, ma almeno la loro conoscenza non si fermava ai convenevoli. Lei gli disse che i weekend li passava a Santa Margherita, S. la zona la conosce bene, è legata alla sua infanzia e gioventù. S. pensò che lei avesse un compagno che abitasse lì, solo dopo scoprì la natura della relazione di lei.

S. è abile, ha esperienza, e la sua indagine inconscia lo portò a sapere il vero nome di lei, che non aveva un compagno, nel frattempo si sentiva sempre più attratto da lei, voleva vederla con continuità, uno di questi incontri S. segnalò a lei un paio di scarpe che aveva notato online.

Era aprile, S. aprì la posta e con stupore vide una fotografia delle gambe di lei, che gli facevano gli auguri, rimase allibito, lui aveva lasciato scivolare la data del suo compleanno, non si erano soffermati molto sulla cosa. Lei diventava sempre più interessante, in S. ci fu la consapevolezza che la testa di quella ragazza era diversa, cominciò a essere veramente attratto e si stupì di pensarla tanto, la pensava intensamente.

S. andò qualche giorno a Forte dei Marmi, aprendo la posta vide subito una serie di foto di piedi di lei, con delle bellissime décolleté con tacco alto color Tiffany, era come lo guardassero. Lei le aveva comprate sul sito che lui le aveva segnalato.

S. prese la scusa del maltempo è tornò a Milano, voleva vederla il prima possibile.

La incontrò e si accorse che ormai tutto sarebbe cambiato.

A seguire: capitolo 2: Il sigaro dopocena

A proposito del legame

Scritto da: Dasa
Pubblicato da : Elvira N.

La relazione dom sub ha degli elementi controversi. L’abbandono totale, incondizionato e ricco di gratitudine dei momenti di gioco raggiunge momenti di tale e tanta intensità da assorbire molte energie. Energie fisiche ovviamente, legate alle prove inflitte, ma anche mentali, per l’imperiosa azione della domina che viola la psiche del sottomesso e ne frantuma ego e resistenze. Non sarebbe possibile senza il desiderio prepotente e incontenibile che la sensualità della mistress scatena, libera per poi controllare a suo piacimento in una combinazione di stimoli inappellabili, repressi un istante dopo. È dunque il desiderio che permette tutto, senza di esso sarebbe impensabile la sottomissione. E la psicologica e la fisica. Senza quel sentimento profondo e struggente di dipendenza come si potrebbe accettare la frusta, le privazioni, le umiliazioni, le reprimende. Come si potrebbe accettare di essere trattati come un bambino privo di discernimento, guidati in tutto, umiliati e puniti secondo il capriccio del momento? Come si potrebbe accettare di diventare un oggetto privo di ambizioni, disposto a tutto pur di dare soddisfazione alla Padrona? Ma cosa accade quando l’eccitazione, fatalmente, svanisce una volta che, se e quando, la proprietaria decide di liberare il Suo oggetto del fardello dell’eccitazione? 

Il primo istinto, quello nei minuti immediatamente successivi all’orgasmo, è di oblio. Un momento di piacere in cui lo schiavo, dopo aver offerto il proprio orgasmo alla sua sovrana, particolare da non sottovalutare, riprende per un istante la pienezza della sua identità. È un maschio, gode ed è felice. Tutto quello che lo avevo spinto ad accettare il controllo, la sofferenza e l’annullamento dell’ego è svanito. Nulla esiste se non il proprio intenso piacere, l’abbandono totale, l’energia che fluisce in ogni parte del corpo. La mistress, pur vicina, è lontana anni luce, osservabile in lontananza. Il ritorno a casa poi segna, se possibile, un momento di ancor maggiore distanza. Il viaggio verso casa si popola di pensieri banali: la spesa, preparare da mangiare, vedere amici. Nulla che rimandi alla mistress se non, a volte, la stanchezza e il dolore, il bruciore e la memoria delle privazioni che richiamano la violazione subita.

Ma la ripetizione negli anni dello stesso rituale inserisce un elemento di circolarità che la saggezza induce a interpretare e inquadrare in una qualche logica. Le cose non finiscono per poi ricominciare sempre da capo nello stesso modo. Una sorta di entanglement quantistico per cui una volta legati alla Padrona lo si è per sempre, anche a distanza, anche se apparentemente si è così lontani, fisicamente e spiritualmente da essere fuori dalla sua influenza. Invece come le particelle che continuano a influenzarsi l’una con l’altra, la Mistress e lo schiavo restano legati anche se non sono vicini, anche se la soddisfazione dei sensi rende l’universo della dominazione apparentemente inaccettabile. Diversamente dai fenomeni fisici del mondo invisibile che nessun fisico riesce a spiegare ma si limita ad applicare, l’entanglement femdom si spiega e si spiega anche abbastanza chiaramente. Basta pensare al modo in cui l’orgasmo stesso è generato. Prigionieri di una dominatrice, esso non è espressione della pace alla fine della prestazione. È un momento che appartiene fisicamente allo schiavo ma è governato, diretto e posseduto intimamente dalla padrona. Essa ne dispone i tempi e le modalità e l’abbandono post piacere le appartiene, è Suo. Lo schiavo ottiene una liberazione momentanea perfettamente funzionale al mantenimento dello stato di asservimento. Una sottomissione asessuata sarebbe impossibile, peggio ancora una sottomissione sessuata non soddisfatta. Diventerebbe una prigione insopportabile. Invece proprio quei brevi momenti di piacere ottriati, combinati con un dominio pressante e costante, rendono la vita dello schiavo totalmente controllata dalla padrona. Si soffre e si accetta tutto, si programma la propria vita in funzione delle esigenze della mistress nella speranza di ottenere ancora quel privilegio di offrirle la propria virilità, rinunciando a farne altro uso che non sia il piacere della padrona nel vedere lo schiavo arrendersi, contorcersi, prigioniero della despota, implorando l’attimo subilime.

Lo schiavo davvero cosciente della sua condizione conosce benissimo questo meccanismo, tuttavia non può impedirsi l’oblio, quei pochi minuti, variabili a seconda del livello di interazione con la Dea. Un tempo brevissimo per lo schiavo convivente, magari mezza giornata per lo schiavo convocato alla bisogna, L’oblio, non una parola a caso, Nel lasso di tempo, più o meno lungo, in cui si è dimentichi della propria appartenenza si ha l’impressione che sia stata una sbandata ma che una volta liberi del desiderio si possa tornare alla libertà. Quanto fallace quella libertà se, al primo pensiero della Dea, si vorrebbe di nuovo tornare fra le sue grinfie. Quanto effimera se si corre a casa a guardare orgogliosi i segni della frusta prima di augurare il messaggio della buonanotte alla Padrona e sentire di nuovo, più forte e implacabile il desiderio di sottomettersi e adorare la Dea.  

Il posacenere

Scritto da: G.

Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni in prosa di fantasie e desideri vari)

Lo schiavo aspettava; il collare attorno al collo, il plug anale a forma di coda di cavallo, rinchiuso nella suagabbia.
La Padrona era uscita a fare jogging con Nadia, la sua giovane apprendista.
Nadia non aveva il fisico snello e perfettamente proporzionato della Padrona; non aveva le sue gambe tornite che quando erano fasciate da un paio di velatissime calze nere e appoggiate sopra a un tacco 12 lo facevano rizzare agli uomini che la incrociavano per strada.
No, Nadia era più bassa e più rotondetta, i seni sodi ma piuttosto prosperosi, le cosce robuste e leggermente sproporzionate rispetto al resto delle gambe. Quello che colpiva in lei era la carica sadica che il suo corpo emanava; il motivo per cui la Padrona l’aveva scelta come apprendista.
Allo schiavo Nadia piaceva. Si immaginava stretto fra le sue cosce a deliziare la sua fica con la sua lingua portandola a urlare il suo piacere e a essere inondato dal suo squirting. A questo pensava e la sua eccitazione cominciava ad avere effetti visibili, quando dei rumori gli fecero capire che la Padrona e Nadia erano tornate. Non le aveva viste uscire e ora vederle entrambe fasciate da una tuta superaderente che dimostrava inequivocabilmente che nient’altro indumento ornava il loro corpo fece crescere ulteriormente la sua eccitazione.

“Porco! Cosa fai? Chi ti ha dato il permesso di avere un’erezione in mia assenza?” Lo apostrofò la Padrona. “La prossima volta che esco ti metterò quel ridicolo peduncolo in gabbia… adesso vieni qui e togli le scarpe e calze a Nadia e a me”.
Così facendo aprì la gabbia e si accomodò sul divano con la sua apprendista.
A quattro zampe lo schiavo si avvicinò e, usando solo la sua bocca ed i suoi denti, cominciò a sfilare le scarpe a entrambe, per poi passare alle calze di cotone. Man mano che procedeva, un profumo acre entrava nelle sue narici, le calze poi erano imbevute di sudore e nello sfilarle ne ritrovò il sapore salato sulle sue labbra.
“Adesso annusa e massaggia con la tua lingua i nostri piedi, ne hanno bisogno dopo un’ora di corsa!”
Cominciò dalla Padrona e si beò dei suoi profumi e sapori. Ne era abituato e gli donava un piacere così intenso che gli sembrava che i testicoli stessero per scoppiare. Invece quando arrivò a Nadia il profumo acre e pungente, il sapore di sudore misto a quello di sporco gli provocarono un moto di disgusto ed un conato di vomito che a stento represse.
Ovviamente la Padrona se ne accorse subito e cominciò a sorridere: “Ti è piaciuto lurido leccapiedi? Sono io che gli ho detto di non lavarsi i piedi per un paio di giorni, volevo vedere come ti saresti comportato… e non mi sei piaciuto per niente…. Sarai punito per questo; Nadia e io ti frusteremo entrambe fino a quando il tuo corpo non sarà tutto pieno di striature viola”
Lo schiavo chinò il capo in segno di accettazione; ma un brivido gli percorse la schiena sapendo quanto entrambe facessero a gara a chi colpiva più forte; in particolare Nadia godeva nel colpirlo sempre più forte per farsi notare dalla Padrona.

“Ora noi andiamo a farci una bella doccia rilassante…. Tu, verme, vacci a preparare qualcosa di fresco da bere”.
Lo schiavo si rialzò e fece per andare verso la cucina, ma fu subito fermato dalle parole della Padrona. “Ma dove vai coglione!… Mica ci vorrai portare da bere e pretendere che noi teniamo i bicchieri in mano!”
Prese un vassoio a forma di mezzaluna con 4 catenelle che terminavano con dei morsetti dentati di metallo; lo appoggiò per un bordo sul torace dello schiavo e fissò, tramite i morsetti, le due catenelle anteriori ai capezzoli del malcapitato e le due laterali alla pelle della schiena.
A stento lo schiavo trattenne le lacrime che il dolore lancinante dei morsetti gli procuravano. “Vai, ora sei pronto! E quando torni mettiti in ginocchio davanti al divano”
Fece come gli era stato ordinato e si mise ad aspettarle con i due bicchieri di tè freddo appoggiati sul vassoio che aumentavano il già forte dolore.
“Bene” disse la Padrona quando tornarono. Poi prese un bicchiere bevve un sorso e lo riappoggiò di nuovo sul vassoio spingendolo sadicamente verso il basso. Il tremolio delle labbra dello schiavo gli fece capire quando il dolore era al limite e si fermò sorridendo soddisfatta.

Le due donne indossavano un paio di sandali con tacco di metallo fine e molto appuntito e un completino di intimo di pizzo del tipo vedo/non-vedo, ma quello di Nadia era molto più trasparente e, sotto il triangolino di pelo, lasciava intravedere le labbra della fica depilata.
Lo schiavo non poteva fare a meno di posare il suo sguardo proprio lì; Nadia se ne accorse e aprì un poco le gambe per mostrare l’interno della sua fica. Lui non poteva che eccitarsi inturgidendo il suo membro e la cosa fu ben visibile.
“Ma guarda questo porco maiale, ancora una volta se lo fa venire duro senza chiedere il permesso” esclamò la Padrona e cominciò con i suoi tacchi a tormentargli pube e testicoli. Nadia non aspettava che questo segnale e prese anche lei a tormentarlo nello stesso modo. Altro dolore si aggiungeva a quello dei capezzoli ormai distrutti.
Quando il tè stava finendo, visto che l’erezione non si placava, anzi il membro dello schiavo era diventato quasi viola dal sangue che pompava nelle sue vene, le due donne, dopo un sorriso ed un cenno di intesa, misero i loro tacchi, uno da una parte e l’altro dall’altra, proprio alla fine del glande, e cominciarono a
spingere schiacciandogli il membro.
“E non ti lamentare” lo apostrofò la Padrona, “altrimenti raddoppieremo la dose di frustate!”
Lo schiavo serrò le labbra per non fare uscire nessun lamento, ma la sua fronte grondava sudore. Finito di bere gli tolsero il vassoio e lo schiavo ebbe qualche minuto si sollievo. Ma fu di breve durata.
“Ora ci vorrebbe proprio una bella sigaretta, ti va?” disse la Padrona. Nadia assenti. “Ma ci occorre un portacenere… Ho un’idea”
Torno con una mordacchia di metallo, la mise in bocca allo schiavo e la fisso con i laccetti dietro la sua nuca. In questo modo era costretto a tenere la bocca aperta. “Ora mettiti a 4 zampe”
Non appena lo schiavo fu in posizione, gli tolse il plug a coda di cavallo e prese un gancio anale. Si trattava di un tubo di metallo, dritto per 20cm che poi si incurvava per seguire il solco fra le natiche; terminava con un
plug, sempre di metallo, lungo 12cm che iniziava con un diametro di 2cm fino ad arrivare a 6cm; il bordo del tappo finale era costellato di piccoli aculei di metallo che avevano lo scopo di tormentare la sensibile pelle della rosa anale.
Senza troppi riguardi glielo infilò nell’ano, poi con una cordicella fisso l’altra estremità del gancio a un anello posteriore della mordacchia e tirò con forza in modo tale che gli aculei si conficcassero nella sua carne e che
la testa risultasse perpendicolare al tronco.
Lo schiavo emise un sordo mugolio.
“Ora possiamo goderci la sigaretta… Tu essere inferiore tirerai fuori la lingua quanto te lo diremo noi e ingoierai la nostra cenere…Bada di non farne cadere neanche un briciolo altrimenti ti mettiamo i morsetti ai capezzoli con un bel paio di pesi”
Ad aggiungere dolore su dolore, durante la fumata, appoggiarono i loro sandali sui fianchi dello schiavo, una per parte, divertendosi a tormentarli con i tacchi appuntiti.
Alla fine, con un altro cenno di intesa, con molta calma e studiato sadismo, spensero le sigarette sulle sue natiche. Un urlo straziante uscì da quella bocca spalancata. Poi gli fecero ingoiare i mozziconi ormai spenti.
“Bene! Ora che ci siamo rilassate è tempo di divertici un po’… Vieni Nadia andiamo a prendere i nostri attrezzi…. Voglio farlo danzare a suon di frustate e infilargli lo strapon per vederlo godere come una troia!”
Gli occhi di Nadia si illuminarono!
Per lo schiavo la giornata di umiliazione e dolore era appena cominciata….

Addobbi natalizi

Scritto da: Elvira Nazzarri (ricordo ai lettori che un racconto è  l’espressione di fantasie in prosa)

Era una tarda mattinata di sabato in prossimità alle festività natalizie, si respirava un clima rilassato e di pigrizia generalizzata. Kairos si stava facendo la barba nel suo loft milanese, quando sullo schermo del suo smartphone apparve la notifica di un messaggio da una persona molto importante, la sua Padrona. Secondo il loro accordo aveva un minuto per rispondere senza rischiare punizioni, per questa ragione lui e il suo device divennero un tutt’uno. Il contenuto del messaggio era conciso:”Presentati entro le 11.30 per fare l’albero di Natale.” Lo trovò strano, perchè la sua Padrona non è decisamente il tipo di persona euforica per le feste e tanto meno una da preparativi particolari, tuttavia si vestì il prima possibile e corse da lei.

Arrivò abbondantemente in tempo al grande casolare fuori Milano dove la Padrona viveva con alcuni suoi prediletti. Fu accolto dal maggiordomo, che lo accompagnò al cospetto della Padrona, ovviamente non dall’entrata principale, riservata alla Padrona e suoi amanti, amici e amiche.  Mentre attraversava i “piani poveri”, perché le cantine e il piano di sotto erano riservate alla servitù divisa in caste, naturalmente all’esterno c’erano anche le stalle per gli indisciplinati e novizi.  Camminando vide con la coda dell’occhio Dasa nervoso e scalpitante ai fornelli nella grande cucina. Si respirava un’atmosfera frenetica e tesa. Pian piano percorrendo le varie stanze e corridoi per raggiungere la sua Padrona incontrò altri schiavi nudi con i piedi legati alle caviglie e polsi stretti dalle polsiere a far pulizie frenetiche nel corridoio e altri ancora a sistemare luci e vassoi colmi di frutta e dolciumi. Pensò quindi che la sua Padrona stesse preparando un evento, di quelli che piacciono a lei, una festa mondana con i fiocchi. Arrivò nella sala annunciato dal maggiordomo. La sua Padrona era seduta su uno schiavo, che le stava facendo da sgabello, i piedi adornati da favolose scarpe con tacco a spillo lucente li aveva piantati nella pelle di un tappeto umano formato da un’altro suo servo. Era vestita di tutto punto in nero, sexy ed elegante. Tubino in pelle attillato che faceva intuire un intimo in pizzo, calze con riga ultra velate, guanti lunghi e coprispalla in visone. Capelli raccolti e rossetto fiammante. Affianco a lei in piedi c’era Amos, che reggeva tra le mani una scatola in cuoio molto grande e un frustino in bocca stretto tra i denti. Anche lui rigorosamente nudo, con cavigliere e polsiere a impedire movimenti sciolti, la condizione di schiavo deve essere sempre presente nella mente anche attraverso queste piccole costrizioni e vincoli. Kairos diede una veloce occhiata alla stanza, oltre alla Padrona e i suoi mobili umani c’era una lunga tavolata già imbandita, però mancava il famoso albero da addobbare…  arrivato a due metri dalla padrona si fermò, si mise con il petto eretto e le disse: “Eccomi quì, come avevi chiesto, mia Padrona”, con mani dietro la schiena e mezzo inchino come si addice a un servo devoto.

La Padrona si alzò, camminò verso di lui, si fece allungare un collare dal maggiordomo e lo mise bello stretto al collo di Kairos: “Ora hai un minuto per spogliarti, uno schiavo non si presenta vestito dinanzi alla sua Padrona!” Gli tirò un sonoro schiaffo in faccia per la sua insolenza. Kairos cominciò goffamente a spogliarsi in fretta osservato da tutti gli altri presenti in sala. Una volta nudo si mise in posizione d’attesa, gambe divaricate, mani dietro la nuca, come l’aveva addestrato la Padrona. Lei lo guardò scocciata e gli diede un calcio nei testicoli ben piazzato che lo fece piegare su se stesso e cadere al pavimento. “Ecco ora sei nella posizione adeguata a te, verme strisciante.”, gli disse ordinando al maggiordomo di far sparire i suoi indumenti. Trascinò Kairos al guinzaglio sul pavimento sino all’angolo della stanza e si fermò. Kairos vide un gancio pendere dal soffitto e una cosa abbastanza ingombrante celata da un telo adagiata sul pavimento.

La Padrona lo fece alzare a suon di scosse elettriche nel sedere e nei testicoli. Chiamò Amos che le portò la grande scatola custodita tra le mani, lei la aprì e prese delle polsiere per legare Kairos al gancio pendente dal soffitto.  Kairos cercò di non opporre resistenza, la Padrona irritata diventa molto vendicativa. Cercò di allungare l’occhio per vedere il contenuto della scatola ma scorse solo delle grandi palline di metallo e numerose mollette. In breve tempo si ritrovò con una gagball rossa nella bocca, scomoda e grande, cosicchè era praticamente impossibile non sbavare. Sentiva la bocca forzatamente aperta e ciò lo faceva impazzire, le costrizioni di varia natura sono la prova della supremazia della sua Padrona e la resa del suo corpo offerto alla sua carnefice. La Padrona guardò Kairos dritto negli occhi e cominciò accarezzargli i capezzoli in modo sensuale, poi di colpo li afferrò con forza e li strizzò procurandogli un brivido secco di dolore. Prese delle clamps con piombi molto pesanti a forma di stelline con strass lucenti e glieli applicò ai capezzoli. Poi prese dei pesi a forma di grosse palline colorate e glieli legò ai testicoli. Kairos sentiva la forza di gravità sui suoi gioiellini e sui capezzoli, questa sofferenza fisica lo esaltava e si fece notare. Così la padrona prese un grosso fiocco di porpora rossa e glielo applicò proprio lì! Tuttavia lei non aveva ancora terminato, nella scatola c’erano ancora numerose mollette che aveva disposto sul corpo dello schiavo facendoci passare le luci natalizie. Kairos si sentiva molto umiliato dinanzi agli altri schiavi ma certo non poteva immaginare che gli sarebbe toccata una punizione ancor più severa. La Padrona sollevò il telo dal misterioso oggetto che aveva colpito Kairos all’entrata nella stanza. Era un triangolo, una specie di gogna per immobilizzare i piedi con al centro un grosso palo. Kairos così in pochi istanti si ritrovò immobilizzato a forma di albero, con le braccia protese in alto, le gambe divaricate in fondo e un grosso palo ficcato nell’ano a renderlo davvero immobile. Anche perché ogni singolo movimento con quel palo su per il culo produceva dolori e bruciori notevoli. I pesi gli allungavano i capezzoli e i testicoli. Per finire la padrona accese un grosso cero e ordinò ad Amos di accucciarsi ai piedi dell’albero, gli salì addosso usandolo come scaletta, piantandogli i tacchi nella pelle e fece colare un pò di cera sui palmi di Kairos prima di posizionarci il cero.

“Bene ragazzi, adesso siamo pronti per ricevere gli ospiti a pranzo. Sapete cosa fare! E tu Kairos non sbavarti addosso!!!”, disse la padrona soddisfatta facendo sparire di corsa gli schiavi dalla sala. Dovevano correre a prepararsi per apparire di seguito come camerieri personali di ciascun ospite della tavolata.

La schiava

Scritto da: Luana
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasia in prosa)

In apparenza era un sabato mattina come tanti mentre guidavo per recarmi all’appuntamento e ancora non sapevo da li a poche ora per me sarebbe cambiato tutto. Pochi giorni prima la Padrona mi aveva convocato per un incontro nella sua nuova casa appena fuori Milano. “La Residenza” la chiamò, ed io ero molto curioso e onorato di questa convocazione. Nei mesi precedenti mi aveva parlato vagamente di un progetto che aveva in mente e di una grande casa che aveva deciso di acquistare ma non era mai entrata nei particolari.

Quando arrivavi all’indirizzo mi resi conto di perché l’aveva chiamata “La Residenza”. Era una casolare all’interno di un parco circondato da un alto muro di mattoni. La grande cancellata era aperta e quando entrai vidi altre macchine parcheggiate nel grande cortile.

La Padrona mi venne incontro e mi fece cenno di seguirla nell’atrio della casa dove attendevano altre cinque persone, due uomini e tre donne.

Percepii subito un’atmosfera di imbarazzo e tensione, erano tutti in silenzio e abbassarono tutti lo sguardo quando entrai insieme alla Padrona. Intuii fossero altri schiavi convocati per il medesimo motivo. Venimmo tutti fatti accomodare in una stanza e ci venne ordinato di aspettare in silenzio.

Dopo una buona mezz’ora, in cui l’inquietudine e l’imbarazzo si condensarono quasi in forma solida, la Padrona fece ritorno e spiegò a tutti il suo grande progetto. Ci veniva offerta la possibilità di vivere la schiavitù nel suo senso più profondo. Non più quindi una sottomissione che conviveva e veniva a patti con la vita, il lavoro, gli affetti e gli impegni di ognuno di noi, ma una vera e propria vita dedicata volontariamente alla Padrona. Questo voleva dire rinunciare a tutto tranne al lavoro che avremmo continuato a svolgere per sostenerla nei suoi agi. Ognuno di noi avrebbe avuto dei compiti da svolgere.

Avremmo avuto due giorni per chiudere con la nostra vita precedente e poi avremmo vissuto solo come suoi schiavi.

Poi mise in scena il rituale di passaggio prevedeva che ognuno di noi leggesse una parte del contratto che avremmo dovuto accettare e firmare.

Quando venne il mio turno la Padrona mi disse di leggere solo il paragrafo .b4 che era presente solo sulla mia copia. In quanto schiavo con la maggiore anzianità di servizio mi era stata riservata la parte più dura.

Accetto che il mio ruolo sarà quello di sguattera tutto fare della Residenza. Dovrò svolgere tutte le pulizie anche delle stalle degli animali e delle celle degli altri schiavi. A differenza degli altri schiavi non mi saranno mai concessi indumenti e sarò sempre nudo in ogni situazione o clima. Unica eccezione quando svolgerò servizi al di fuori della Residenza.

Accetto inoltre che mi verrà imposta sempre la gabbia di castità e sarò costantemente pluggato analmente. Sono conscio e accetto inoltre di assumere il ruolo più basso della Residenza e quindi potrò essere sottomesso dagli altri schiavi, ai quali dovrò sempre rivolgermi usando la forma del pronome allocutivo del lei, secondo i dettami della Padrona.

L’imbarazzo che provai nel leggere questa sezione del contratto in presenza di tutti fu qualcosa che non riesco a descrivere a parole.

Venne poi il momento della firma e ognuno di noi ricevette il nome scelto dalla Padrona. Per me fu scelto “Schiava”, immagino per farmi capire che la mia sessualità di maschio sarebbe stata definitivamente repressa e per fare in modo che anche quando venivo chiamato dagli altri schiavi il mio status fosse continuamente ribadito.

I due giorni successivi furono i più difficili della mia vita. Avrei dovuto rinunciare a tutto, amicizie, affetti, passioni, oppure rinunciare alla donna che adoravo con tutto me stesso e a un lato così profondo del mio essere. Passai due notti praticamente insonne e poi presi la decisione che avrebbe segnato per sempre il resto della mia vita. Comunicai alla Padrona che accettavo e ricevetti le istruzioni per tagliare i ponti con la mia vita precedente. Dissi a mia moglie che avevo una relazione che volevo separarmi e ai miei genitori che per lavoro mi sarei dovuto trasferire all’estero. Nei termini del contratto venivano concessi 5 giorni l’anno che avrei potuto utilizzare per non sparire completamente con i contatti più stretti più quattro telefonate al mese.

Il successivo martedì mattina mi presentai come pattuito all’ora stabilita, fummo messi tutti in fila, poi uno ad uno dovemmo consegnare alla Padrona i nostri cellulari e ne ricevemmo uno ad uso esclusivamente lavorativo. Venimmo fatti spogliare e poi gli altri schiavi ricevettero gli abiti scelti dalla Padrona e che dovettero indossare. A me venne consegnata una gabbia di castità, un plug e un collare elettrico da addestramento per cani. Come istruzione generale mi fu detto di utilizzare la gabbia ogni notte, mentre il collare da addestramento lo avrei dovuto portare legato intorno ai genitali durante la giornata lavorativa.

Uno degli obiettivi della mia nudità costante era anche l’imbarazzo dell’eccitazione sessuale manifesta provocata dalla mia condizione di sottomesso e che la gabbia avrebbe aiutato a nascondere. Per questo motivo era stata imposta solo di notte.

Il collare elettrico invece dava modo alla Padrona di potermi controllare schiacciando semplicemente un tasto del telecomando. Aveva tre funzioni: richiamo acustico, vibrazione o scarica elettrica e appena avvertivo il richiamo dovevo abbandonare qualsiasi cosa stessi facendo e precipitarmi alla Padrona.

La mia routine giornaliera prevedeva sveglia alle 5.00 per la pulizia delle stalle degli animali. Alle 6.30 venivo raggiunto da uno degli altri schiavi che a turno provvedevano a lavarmi all’aperto con canna da giardino.

Alle 7.00 dovevo servire al tavolo la colazione agli altri schiavi prima che prendessero servizio delle loro mansioni. Se avanzava qualcosa potevo fare anch’io colazione altrimenti avrei solo pranzato e cenato.

Alle 8.00 dovevo pulire e sistemare le camere degli altri schiavi anche quando era presenti per lavorare. Le celle, tutte arredate in stile spartano, erano composte da una piccola camera con letto singolo, un bagno e una stanza/studio dove si poteva lavorare.

La mia cella invece, a differenza delle altre, era un open space, senza una porta di entrata ma delle sbarre che non permettevano di godere di nessuna privacy. Anche i servizi igienici erano a vista così da non permettermi nessun genere di intimità qualora passasse qualcuno nel corridoio. Inoltre solo nella mia cella c’era una catena fissata solidamente al muro accanto al letto. Ogni sera quando mi coricavo la catena veniva fissata con un lucchetto alla gabbia di castità.

Finito con le pulizie delle camere dovevo attendere che la Padrona mi chiamasse tramite un segnale sonoro emesso dal collare di addestramento legato ai genitali. Quindi mi recavo nello stabile dove alloggiava la Padrona per ricevere le disposizioni di giornata.

Potevano essere altre pulizie delle stanze della Padrona, piccoli interventi di manutenzione domestica, accompagnare la Padrona come autista oppure venire usato quando la Padrona si intratteneva usando sessualmente a piacimento i suoi schiavi. Normalmente venivo usato come cagna passiva e sfondato con svariati oggetti o dai cazzi degli altri due schiavi. Diversamente dagli altri non mi era mai concesso di venire e a fine seduta dovevo ripulire con la lingua gli organi sessuali degli altri schiavi.

L’unico modo con cui mi era concesso di sborrare era tramite mungitura pubblica che avveniva una volta al mese. Venivo fatto mettere alla pecorina sulla scrivania dell’aula in presenza di tutti gli altri schiavi. Quindi la Padrona, dopo aver indossato i guanti, mi sfondava con una mano un dito dopo l’altro fino ad infilare l’intera mano. Poi mi afferrava l’asta del pene e mi masturbava fino a svuotarmi completamente in una ciotola di vetro. Normalmente poi dovevo bere il contenuto della citotola e ripulirla alla perfezione, anche se talvolta capitava che toccasse a uno degli altri schiavi come forma di punizione per qualche mancanza.

La mia giornata proseguiva poi alle 12,30 quando dovevo servire il pranzo alla mensa degli schiavi. Quando finivano tutti gli avanzi venivano mischiati in una ciotola e io dovevo cibarmi a terra con quell’orrendo miscuglio che era a tutti gli effetti ciò che normalmente si può trovare nel sacco dell’umido.

Poi dovevo lavare i piatti. Il pomeriggio invece lo passavo svolgendo la mia normale attività lavorativa e per la quale tutti i compensi venivano trasferiti sul conto della Padrona.

Alle 19,30 si consumava la cena dove svolgevo gli stessi compiti del pranzo.

Un giorno mentre mi trovavo nella stanza di Luna, una delle schiave, per le pulizie quotidiane mi sentii afferrare per i capelli per venire trascinato in bagno mentre mi urlava: «Schiava, ma come cazzo pulisci? Gli vedi quegli schizzi sul pavimento?» e intanto mi schiacciava la faccia contro il pavimento. «Ora pulisci tutto con la lingua!» e nel frattempo mi riempì il culo di ceffoni.

In quel momento entrò Dasa che da qualche tempo intratteneva una relazione con Luna. Lei gli disse che voleva punirmi e una volta trascinatomi nello studio mi ordinò di mettermi supino sulla scrivania e di allargare le gambe. Quindi mi sfilò il plug che dovevo tenere sempre è ordinò a Dasa: «Ora voglio che ti scopi la schiava!». Lui eseguì, mi allargò le gambe con le mani e poi iniziò a stantuffare. Lei allora presa bene dalla scena si tolse pantaloni e mutandine e mi montò sulla faccia ordinandomi di leccarla e contemporaneamente si mise a limonare con Dasa. In quel momento sentii il guinzaglio di addestramento legato ai genitali che vibrava. Era il richiamo della Padrona.

Poi Luna mi prese in mano il cazzo e iniziò a masturbarmi mentre si strusciava con sempre più forza sulla mia lingua finché venne inondandomi la faccia dei suoi umori vaginali. Nello stesso momento Dasa eccitato dalla visione d’insieme mi sborrò dentro. Luna continuò a masturbarmi e visto che erano passate già tre settimane dall’ultima mungitura venni quasi subito. Il guinzaglio vibrò una seconda volta e questa volta più forte di prima, era il segnale che la Padrona si stava innervosendo del fatto che non mi fossi già presentato.

Dissi ai miei superiori che la Padrona mi stava chiamando e chiesi il permesso di lasciare la stanza. Tutto trafelato attraversai il cortile che separava la depandance degli schiavi dalla tenuta della Padrona e poco prima che varcassi la soglia una scarica elettrica mi si strinse attorno ai genitali facendomi cadere per terra a contorcermi per il dolore.

Appena terminata la scarica elettrica mi rialzai e corsi sul per le scale fino ad arrivare davanti alla porta che portava agli alloggi della Padrona.

Bussai e mentre attendevo risposta mi resi conto che avevo la faccia ancora bagnata dagli umori della fica di Luna. Cercai di asciugarmi con il braccio. La porta si spalancò. «Dov’eri schiava?». «S-stavo pulendo gli alloggi degli schiavi Padrona» balbettai. «E allora? Quando ti chiamo devi correre, perché ti ho dovuto chiamare tre volte? Mettiti in ginocchio che adesso di becchi un po’ di frustate!». In quel momento si accorse che non avevo il plug che preso dalla fretta avevo completamente dimenticato. Allora con le mani mi allargò le natiche e il buco del culo e un rivolo di sperma colò sul pavimento.

«Ah, e questo?». Insospettita mi infilò due dita nell’ano aprendomelo scoprendo che ero pieno di sborra. «Ma se proprio una cagna» disse stizzita «Ora voglio sapere chi è stato, e perché il cazzo non è duro come ogni volta che mi vedi e puzzi di fica?» domandò sempre più alterata?

Terrorizzato cercai di spiegare a raccontai quanto appena accaduto.

Vennero convocati anche Dasa e Luna per ascoltare la loro versione dei fatti. Ovviamente cercarono di portare la ragione dalla loro parte dicendo che ero stato io a prendere l’iniziativa e che mi ero comportato come cagna in calore.

Venimmo congedati dalla Padrona che ci disse di presentarci entro un ora nell’aula e di convocare anche gli altri schiavi.

Un’ora dopo eravamo tutti presenti nell’aula, la Padrona seduta alla cattedra e io di fianco a lei fatto mettere in posizione esponi con le gambe divaricate e le mani dietro la nuca in attesa della sentenza.

«Ho ponderato attentamente l’increscioso episodio di stamani e sono giunta alla conclusione che la gravità dell’accaduto dovrà essere redarguito con il massimo della severità perché sia da monito per tutti.

Quindi condanno la schiava per aver infranto l’obbligo di castità a due mesi di gabbia di castità ininterrotta e senza alcuna mungitura. Alla schiava verrà applicata una gabbia di misura “s”.

La schiava viene condannata anche per l’indecoroso comportamento da cagna e verrà impalata pubblicamente per 12 ore nel piazzale antistante la Residenza con un palo di diametro 6cm, vista la sua lussuria nel farsi sborrare in culo come una troia sottomessa».

Vidi Luna e Dasa scambiarsi un’occhiata complice e un sorrisetto compiaciuto nei miei confronti.

Da un cassetto della scrivania la Padrona prese una gabbia di castità in acciaio con la parte riservata al pene che aveva una profondità di massimo 5cm e me la applicò sui genitali premendo con forza e poi facendo scattare un solido lucchetto. Già con il pene completamente a riposo ci stava compresso. Non osavo immaginare cosa sarebbe successo alla minima erezione.

Poi a due schiave fu ordinato di portarmi fuori e infliggermi la pena dell’impalamento. Mi vennero incatenati i polsi dietro la schiena, poi mi misero due rialzi sotto i talloni. Quindi posizionarono la pedana da impalamento infilandomi la prima parte del grosso fallo nel culo e poi tolsero i due sostegni per i talloni. Poco dopo cedendomi i talloni per lo sforzo ero completamente penetrato e impossibilitato a muovermi. A completamento dell’opera venne posizionata una trave di legno alla quale era montato un fallo di gomma all’altezza del mio viso. Il fallo mi venne messo in bocca e poi per fare in modo che non lo potessi sfilare mi fecero pasare una cinghia dietro il collo e poi la fissarono ai del lati della trave in prossimità del fallo.

Finito di legarmi uscirono tutti nel piazzale poi la Padrona ordinò ai suoi servi di scrivermi un epiteto volgare sul corpo. Mi scrissero troia, cagna, puttana sottomessa, vacca, sgualdrina e culo sfondato.

Erano le 11 del mattino e sarei dovuto rimanere li fino a notte.

Ero esattamente al centro del piazzale esposto agli sguardi e ai commenti di chiunque passasse di li.

Poco dopo passò di li Luna che si avvicinò con un sorrisino soddisfatto. Poi mi strizzò un capezzolo e avvicinandosi con le labbra al mio orecchio mi sussurrò: «Vedi che succede a comportarsi da cagna, schiava?».

Dopo qualche ora di supplizio vidi movimento nel piazzale e tutti gli schiavi si affrettavano con passo veloce verso la residenza.

La Padrona aveva guardato le telecamere a circuito chiuso installate all’interno di ogni cella e così aveva potuto verificare come si erano svolti i fatti. Dopo qualche minuto Luna e Dasa furono trascinati all’esterno a forza. Erano stati fatti mettere nudi e sul corpo mostravano in segni di alcune scudisciate.

Di fronte a me gli altri schiavi posizionarono un grosso tavolo di legno, poi presero Dasa e lo fecero sdraiare supino. Gli misero dei ceppi ai polsi e alle caviglie che poi furono assicurati con delle catene al tavolo. Quindi venne il turno di Luna che venne fatta posizionare su Dasa a gattoni al contrario, così da creare una perfetta posizione 69. Dopo aver fissato anche le sue caviglie e i polsi al tavolone con mezzi ceppi di ferro che furono fissati con viti direttamente nel legno del tavolo, strinsero due cinghie alla fronte dei due fornicatori alle quali erano collegati due ganci anali di acciaio. I ganci vennero quindi inseriti nei due rispettivi ani e poi messi in tensione mediante un tensionatore, così che Luna avesse in bocca il cazzo di Dasa e Dasa la fica di Luna a contatto con la bocca.

Anche per loro la pena inflitta sarebbe stata di 12 ore.

Dovevamo essere un bello spettacolo, puniti per lussuria non autorizzata, per chiunque passasse di li. Poi dopo altre ore di sofferenza vidi una scena che mi procurò non poca soddisfazione nonostante non me la passassi proprio bene. Luna con la vescica piena si liberò nella bocca di Dasa.

La castità forzata

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasia in prosa)
Era ormai un mese che la portavo senza interruzione. All’inizio aveva cominciato a imprigionare il mio pene per poche ore al giorno, per abituarmi a controllare il pensiero e l’erezione e sentirmi psicologicamente sottomesso al Suo volere. L’effetto fu immediato. Sentire il membro costretto, benché fonte di fastidio e dolore, mi dava una strana sensazione di rassegnata serenità, una sorta di pace interiore. Il mio corpo Le apparteneva e, così imprigionato, Le apparteneva anche la mia mente. Le erezioni mi causavano dolore e dovevo cercare di limitarLe, evitando pensieri lubrichi ma, giocoforza, a nulla valeva il mio sforzo quando, con sapienti messaggi e le foto che beffardamente allegava, la Padrona decideva di risvegliare i miei sensi. Passata l’eccitazione, rimaneva un senso di prostrazione psicologica oltre che fisica, avente come sbocco un solo pensiero: la profonda consapevolezza di appartenerLe. Ero Suo, poteva, con quel gioco, impedirmi senza alcuno sforzo di pensare ad altre e nello stesso tempo fare in modo che il pensiero di Lei fosse sempre imperiosamente eccitante e drammaticamente penoso. La fedeltà era, ad un tempo, imposta e volontaria. Anche volendo, in quelle condizioni non avrei mai potuto presentarmi di fronte ad altre donne, e anche il sol pensiero di tradirLa mi era impossibile per le pene che mi avrebbe inflitto. Tanto valeva minimizzare il dolore agli inevitabili, e immensamente più piacevoli, momenti in cui almeno la sofferenza sarebbe stata legata al pensiero della mia Padrona. Quel giorno mi convocò in studio per la tanto agognato incontro. Non avevo da anni il diritto di chiedere di incontrarLa, né avevo il diritto di rifiutarlo, se non per cause di forza maggiore. Cosa che non mi avrebbe comunque risparmiato punizioni di primo livello secondo quanto stabilito dal contratto che avevo volontariamente sottoscritto con Lei. Aver formalizzato, ponendo la mia firma in calce al contratto, la mia totale appartenenza alla Regina, mi aveva reso totalmente dipendente da Lei. A volte mi capitava di dover rivoluzionare i miei programmi, sempre necessari nella grande città, per rispondere a chiamate non sempre pianificate per tempo. Allo stesso modo, per quanto desiderassi vederLa, non era nelle mie facoltà di proporre alcunché. Solitamente, tuttavia, mi convocava con una certa assiduità ma quella volta, proprio per spingere all’estremo l’impatto della castità, aveva tardato, lasciandomi a lungo in una dolorosa attesa. Appena arrivai mi gettai ai Suoi piedi e mi impose di massaggiarLe le gambe mentre in ginocchio davanti a Lei adoravo i Suoi piedi trionfanti nelle décollétées borchiate. Incurante della stretta dolorosa, mi abbandonai senza pensieri al desiderio. Il supplizio non durò a lungo. Mi fece sollevare, mi guardò negli occhi e mi disse che ero stato bravo. Si aspettava che durante il mese Le chiedessi di liberarmi o mi lamentassi ma non lo avevo fatto. Intendeva perciò premiarmi per questo. Sentirsi premiato per uno schiavo è una sensazione difficile da descrivere. Da un lato è il compimento di tutto lo sforzo, la gioia più grande. Dall’altro lato è però il segno più tangibile della condizione umiliante di servo. Mi sentivo sconfitto dalla mia stessa gioia. Mi fece spogliare, infilò la piccola chiave nel lucchetto e mi liberò il pene. Con le unghia elegantemente affilate, mai troppo lunghe ma sempre minacciose, si mosse sensuale verso l’alto fino al petto. D’un tratto, dopo settimane di dolorosi accenni di erezione, una libertà dimenticata. Le lacrime scivolavano sul mio viso mentre ripetevo compulsivamente Grazie Padrona, prostrandomi devoto ai Suoi piedi. Guardavo i Suoi piedi con occhi diversi, non più solo l’amore e il desiderio imperiosi che mi suscitavano, come ogni centimetro del Suo corpo, come ogni sfumatura della Sua voce, ogni passo che compiva, ogni sguardo che incrociavo, era piuttosto una sensazione di reale devozione, amore per la Dea. 
 
Nella retorica femdom si usano spesso espressioni di questo tipo ma la percezione di un amore di tipo religioso nei confronti di un essere superiore a cui tutto è dovuto e da cui tutta la nostra vita dipende è una circostanza di non facile occorrenza. Molte volte, nell’eccitazione dell’incontro, nei messaggi che ogni tanto mi mandava per eccitarmi, negli incontri fuori dallo studio, avevo provato momenti di intensa devozione, avevo riconosciuto nel Suo sguardo la mia Dea ma mai mi era accaduto di sentirmi come di fronte al fuoco sacro, prigioniero nel tempio, desideroso di sacrificare la mia vita alla divinità. Entità superiore, depositaria del destino della mia umile esistenza, Mistress Elvira si ergeva dritta di fronte a me, vestita nella Sua mise preferita, giarrettiere, calze velate e corsetto attillato con seni e spalle scoperti. Restai chino ai Suoi piedi, continuando a baciarli senza sosta, ripetendo sono il Tuo schiavo come una litania. Mai avrei immaginato, nel mio laicismo convinto, di mostrarmi così pio. Passai il resto della serata ad ascoltare le Sue istruzioni e la Sua visione del nostro rapporto. Aveva chiaro in mente che avremmo dovuto disegnare insieme dei rituali religiosi, di cui la costrizione del pene era una forma particolare ma non esclusiva, per regolamentare in qualche modo la religiosità del nostro rapporto. Mi resi conto che avevo bisogno di una liturgia, di precetti e di riti. Non si doveva costruire sul nulla. Ovviamente tanti anni di asservimento avevano in qualche modo stabilito delle regole cui mi attenevo scrupolosamente, delle consuetudini e dei piccoli riti ma si doveva ordinarli. Mi sarei sentito perduto, argomentava Mistress Elvira, senza un rituale da seguire, senza delle modalità liturgiche di consacrazione del mio tempo a Lei anche in Sua assenza. Dopo un lungo, intenso servizio ai Suoi piedi e alle Sue gambe con le mie mani e le mie unghia, mi fece inginocchiare di fronte a Lei, le braccia legate e tese verso l’alto, mi prese i capezzoli e cominciò a stringerli e tirarli fino a farmi urlare dal dolore mentre il piede, ancora inguainato dentro le calze di un nero trasparente, accarezzava il mio pene sovreccitato. Eiaculai rapidamente e copiosamente con un flusso ripetuto e potente, chinando la testa e godendo delle ultime gradevoli e dolorose strette sul mio petto. Mi lasciò appeso lì per diversi minuti, prima di tornare, bella come non mai. La Sua mano meravigliosamente affusolata e attraente si avvicinò al mio viso e lo accarezzò con fare vescovile, mi imponeva la Sua autorità, dicendomi che sarei stato il Suo servo più devoto e che la devozione mi avrebbe guadagnato il favore della Dea, l’unica cosa per la quale aveva un senso la mia altrimenti vana esistenza. Prima di andare mi gettai ai Suoi piedi e La implorai di rimettermi la cintura. Sorrise, armeggiò con la gabbietta, ci infilò dentro il mio membro pago e richiuse. Non aver paura, stavolta mi rivedrai presto. Fui di nuovo ai Suoi piedi, nuovamente eccitato e li baciai come se fossi in astinenza da mesi e non pochi minuti. Per la prima volta da quando ero diventato il Suo schiavo frignai, implorandoLa di non mandarmi via, di tenermi lì prigioniero per sempre. Devi essere forte, disse, sii devoto, pregami ogni sera come faresti per la tua unica Dea e troverai la serenità per sopportare la mia assenza. Dopo tutto ciò che conta non è stare con me ma appartenermi e sapere che non ti abbandonerò se sarai devoto e ubbidiente. Ora vai! Baciai un’ultima volta il Suo piede, mi alzai, mi ricomposi e mi lasciai la porta alle spalle. 
 
Il viaggio in bici verso casa, una mezzora in un’area sgradevolmente trafficata, fu una lunga trance. Gli automatismi ormai solidi nel muoversi nel traffico, mi fecero sembrare il viaggio una specie di trasposizione. Mi ritrovai sotto casa senza nemmeno accorgermene. Per tutto il tempo la mente tornava alle parole della Padrona e alla necessità di istituire una liturgia che mi consentisse di sentirmi ai Suoi piedi nei lunghi giorni fra un incontro e un altro. Nei giorni successivi mi attivai. Feci stampare una foto che adoravo: i piedi in splendidi sandali con le fettucce sottili tempestate di strass e il lungo e affilato tacco dorato. Lo smalto di un rosso scuro, i piedi erano incrociati così che il sinistro mostrasse la perfezione irresistibile dell’incavo, il nero della fettuccia posteriore, l’unica senza strass incastonati e l’alluce presuntuoso e severo in primo piano. La incorniciai e la misi nel salone. Era il mio altare, la mia guida, vedevo la foto tutti i giorni e la vedevano tutti gli ospiti che non mancavano di osservarla, ammirarla e informarsi su chi fosse. AI più aperti rispondevo la mia Padrona, ad altri un’amica che poi era come dire la stessa cosa. Non ho mai nascosto la mia passione per i piedi o per le dominatrici ma si trattava di qualcosa di diverso. Un conto è parlare liberamente di fantasie erotiche, un altro è mostrare in maniera così palese che si appartiene a qualcuno. Fosse poi stata la mia compagna, lì presente, sarebbe stata semplicemente una bella foto. Così no, era chiaramente, inequivocabilmente un atto votivo a una creatura superiore di cui mi era concessa solo la rappresentazione grafica da adorare in lontananza. 
 
La devozione è molto più profonda della schiavitù. Dove questa è una condizione di costrizione, legata al fascino di una donna che sa usare il proprio fascino per sottomettere, in qualche modo una forza esterna cui si soggiace, quella è un impeto interno, per sua natura inarrestabile e totale. Cominciò così un periodo in cui l’abbandono al Suo potere divenne totale, incessante. La Sua presenza era un peso sulle mie spalle, come se dovessi sempre portare con me uno zaino, dolce quanto si vuole, ma abbastanza pesante da tenere il capo chino tutto il tempo. Anche l’umore ne risentiva. Non ero triste ma sempre pensieroso, anche in compagnia tendevo a distrarmi facilmente e tornare col pensiero alla mia Regina. Presi l’abitudine di scrivere regolarmente per Lei, cosa che apprezzava e non aveva più bisogno di sollecitare. Ogni volta che La vedevo Le portavo un piccolo pensiero, cosa che non costituiva nessun impegno perché pensavo sempre a cosa potessi fare per compiacerLa. Non ero riuscito a immaginare una liturgia come pensavo di fare e come sentivo fosse necessario. Probabilmente doveva essere una Sua emanazione ma mi affidai a piccole pratiche che mi ricordassero di appartenerLe e che, in qualche modo, erano una forma di preghiera. Non restavo mai fermo, in piedi o seduto, volgendo le spalle al ritratto dei Suoi piedi, avevo sempre una delle Sue foto come sfondo del cellulare e, quando andavo a letto, mi addormentavo guardando una Sua immagine sul computer. Volevo addormentarmi sempre col pensiero della mia Dea. Al risveglio, come da contratto, un messaggio di buongiorno era la prima cosa che facevo. Questi piccoli riti mi fecero dimenticare completamente l’esistenza di altro nella mia vita che non fosse l’asservimento alla mia Regina e mi aiutarono a sopportare il fastidio e l’umiliazione di quella gabbia intorno al mio pene, della fine di ogni velleità di maschio, della consacrazione della mia virilità interamente alla mia Regina. La rinuncia alla mia sessualità non fu facile ma fu inevitabile. Vivevo nella speranza che mi convocasse ai Suoi piedi e mi concedesse di masturbarmi in Sua presenza oppure, le volte che decideva di lasciarmi libero, di farlo anche da solo a casa, secondo un copione rigorosamente scelto da Lei. In questa nuova dimensione, compresi finalmente che nulla aveva senso al di fuori di Lei e che solo nella consacrazione della mia intera esistenza al Suo piacere avrei trovato pace e felicità. Quando mi arrivò la convocazione via mail, risposi con un sì Padrona e pensai che finalmente, dopo la lunga attesa di una settimana, potevo di nuovo essere me stesso fino in fondo, lo schiavo devoto e ubbidiente di Mistress Elvira. Con questo pensiero in mente citofonai, ascoltai eccitato il clac del portone e salii le scale. Aprii e immediatamente chiusi alle mie spalle la porta del tempio e la guardai a figura intera, nel Suo abbagliante erotico splendore, prima di buttarmi ai piedi della mia domina: la potente e sensuale Dea Mistress Elvira, padrona della mia vita, del mio corpo e della mia mente.

Riflessione sulla devozione

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri
Sono devoto a Mistress Elvira. Lo so, lo sa ma cosa voglia dire in effetti è difficile spiegarlo. Si può confondere la devozione con molti altri sentimenti e credo che valga la pena, come prima cosa, utilizzare il vocabolario per analizzare il senso profondo della parola e trovarne i legami con il mio rapporto di sudditanza con la Dea. Sfogliando la Treccani, a parte alcuni significati storici, due mi sembrano particolarmente interessanti, trattandosi di devozione a una persona e non a un’istituzione.
Il primo indica la devozione nel cristianesimo come sottomissione totale a Dio. Più comunemente, sentimento di speciale venerazione e fiducia che si ha verso un dato mistero religioso o una data persona con culto religioso. Il secondo significato invece enfatizza rispetto, affettuosa deferenza verso una persona: devozione al proprio benefattore, al maestro. Vorrei cominciare dalla seconda accezione di devozione, quella più comunemente utilizzata nel linguaggio di ogni giorno, per passare poi a quella più strettamente religiosa, non certo per ordine di importanza ma per passaggi consequenziali che sono necessari nella comprensione della realtà.
Per quanto possa sembrare un’accezione morbida, trattandosi di un rapporto di schiavitù, essa assume connotazioni molto profonde e decisive nell’azione quotidiana. La devozione non è schiavitù. Il giorno in cui incontrai per la prima volta Mistress Elvira, Le dissi senza esitazioni che sarei stato il Suo schiavo per tutta la vita, non appena compresi che la combinazione della visione delle Sue gambe splendide, sensualmente esibite all’altezza dei miei occhi mentre sedeva sulla cattedra, della Sua voce autoritaria e suadente e delle Sue mani sapienti sul mio petto sarebbero stati per sempre strumenti di sottomissione ineludibili. In quel momento, compresi che non sarei mai riuscito a sottrarmi al Suo giogo e che sarei stato Suo tutta la vita se lo avesse voluto. Avrei probabilmente potuto dimenticare quelle sensazioni se non l’avessi più sentita o vista ma non fu così. In realtà il nostro primo incontro fu anticipato da una lunga corrispondenza poiché una serie di impedimenti ci aveva costretti a rinviarlo in più occasioni. Mi aveva chiesto una presentazione che aveva gradito e io L’avevo seguita per mesi prima di contattarLa, titubante per via della passione che aveva, almeno in quei primi tempi, per uno stile estetico improntato all’idea di una istitutrice di collegio, severa nei modi e nell’aspetto. Io adoro la Sua severità, amo la consapevolezza che sarò punito per non aver ubbidito e adoro le Sue punizioni ma sono visivamente dipendente da abbigliamenti sfacciati e seducenti. Fintanto che non ebbe cominciato a sfoggiare minigonne e corsetti, giarrettiere e calze velate in luogo di gonne di flanella al ginocchio, in tutta crudezza non me la sentii di perdere tempo per stroficciare il mio viso sulla ruvida lana. Mano a mano che La vedevo trasformarsi esteticamente e mi innamorai perdutamente delle Sue gambe, decisi che era giunto il momento di chiederLe un incontro. Le scrissi una mail nella quale, più che descrivere le pratiche che amavo, Le spiegai cosa significava per me sottomettermi a una dominatrice e perché a Lei. Le raccontai anche che, prima ancora di incontrarLa, L’avevo seguita nel sito perché profondamente attratto dalla Sua figura fisica, dal modo di porsi, dalle parole che usava per descriversi benché refrattario alle fantasie seduttive dei banchi di scuola tardo ottocenteschi e più incline a sottomettermi a una bellezza post rivoluzione sessuale. Già da questo preambolo si comprende una cosa molto importante del mio rapporto con Mistress Elvira: intuivo che sarebbe stata una dominatrice diversa dalle altre, una dominatrice alla quale mi sarei volentieri sottomesso in maniera concreta, reale e definitiva. Era davvero molto giovane allora e, per così dire, aspettai che maturasse un po’ perché il nostro rapporto potesse essere quello che poi è diventato in realtà. Una bella ragazza con dei bei piedi morbidi da baciare può essere un’eccellente protagonista di un incontro di adorazione e dominazione. Se abbastanza brava si può anche incontrarla di nuovo. Trovare una padrona è una cosa diversa, La contattai quando mi parve che fosse andata avanti nel processo di definizione della Sua personalità unica e irripetibile di domina. Così Le scrissi per incontrarLa, Le spiegai perché ero così attratto da Lei e, prima ancora di esserci visti, avemmo modo di conoscerci un po’, alimentando entrambi il desiderio di cominciare la nostra avventura, tanto che la prima cosa che mi disse quando entrai nello studio fu “finalmente ci incontriamo”. Così, e torniamo alla schiavitù da cui siamo partiti, non fu possibile dimenticarLa perché se Mistress Elvira, sin dal primo incontro, si era impadronita di me, seducendomi e soggiogandomi, era anche stata molto soddisfatta di avermi come schiavo e cominciò a contattarmi regolarmente fino ad arrivare a scrivermi tutti i giorni per parlare delle cose più disparate, mentre i nostri incontri furono sin da subito regolari e frequenti. Questa è la schiavitù a mio avviso. Dipendevo dalle sensazioni che Mistress Elvira sapeva procurarmi, a quel punto anche virtualmente, e non potevo farne a meno. Ero quindi disposto a tutto pur di provare quelle emozioni che poteva farmi provare Lei e solo Lei. Mi era impossibile avere relazioni perché avevo bisogno di vederLa e sentirmi libero di rispondere ai Suoi messaggi quando lo desiderava, bisogno di ubbidirLe. E ne ero incalzato. Non si può avere schiavitù senza Padrona. Senza la volontà della Padrona di servirsi del Suo schiavo non c’è vera schiavitù, c’è solo una dipendenza, un’intossicazione da sensazioni psicologiche e fisiche ma la schiavitù è proprietà, se la Proprietaria butta qualcosa per strada quel qualcosa non è più di nessuno. Trattandosi di un essere umano se la dimensione di oggetto a cui la Padrona ha relegato uno schiavo rimane dopo l’abbandono, un’altra padrona può impossessarsene ma fintanto che questo non accade esso è un oggetto inservibile ma non uno schiavo. Avevo intuito che Mistress Elvira sarebbe stata la mia proprietaria e infatti fece in modo che sviluppassi fino in fondo la mia dipendenza da Lei, mi sottomettesse, mi desse delle regole e impartisse punizioni, governasse la mia vita in remoto e tutto quello che da sei anni è la mia vita al Suo servizio: incontri frequenti, controllo, richieste di servizi oltre l’erotismo degli incontri, contratto e punizioni. In sintesi, la schiavitù è inevitabile a causa della dipendenza dalla Padrona e una costrizione perché da questa è imposta. Senza volontà della Padrona non si può essere schiavi, lo si è in quanto un essere superiore impone il proprio controllo sulla vittima. Poiché Mistress Elvira mi vuole Suo schiavo e dispone di tutti gli strumenti di sottomissione, io non posso evitare di essere il Suo schiavo, sono Sua proprietà finché non riterrà opportuno disfarsi di me.

Secondo la Treccani invece la devozione, restando a Mistress Elvira, è connotata da affettuosa deferenza. La deferenza, sempre secondo la definizione, nei confronti di un benefattore o un maestro. Sì, è questo che provo nei Suoi confronti, essere stato rapito, umiliato, sottomesso, penetrato, frustato, picchiato, torturato, annientato, sedotto, usato e deriso dalla mia Padrona è stato bellissimo. Le sono grato, mi ha regalato momenti meravigliosi e mi fa vivere in uno stato di perenne estasi. La mia mente è serena perché so di appartenerLe, la mia vita ha un senso perché so che devo vivere per Lei, i miei sensi sono appagati perché la sola vista della Sua maestà mi delizia, il contatto con ogni centimetro del Suo corpo mi regala emozioni impareggiabili da qualunque altra donna. Come potrei non esserLe grata? Come potrei non essere devoto a una simile benefattrice? Come potrei non riconoscere la Maestra in Colei che mi ha insegnato a comportarmi come un vero servo in ogni dettaglio? Gli incontri con Lei sono, pur in un contesto moderno e non più ottocentesco come quello cui ero refrattario, non solo momenti di indicibile erotismo, di sensuali fustigazioni, di asservimento implacabile, sono soprattutto lezioni di vita. E qui giungo all’ultimo aspetto della mia riflessione. Tutto quello che Mistress Elvira è riuscita a realizzare con me hanno fatto sì che, oltre la deferenza affettuosa nei confronti della benefattrice e maestra, un’altra accezione di devozione si imponga, quella religiosa nei confronti della Dea. Anni e anni di sottomissione, tentativi di ribellione domati con energia, classe e severità, nell’espressione di un potere erotico assoluto, di un dominio pervasivo e ineludibile, hanno talmente fiaccato la mia identità di uomo che sono giunto all’annientamento, al riconoscimento di Mistress Elvira come essere superiore cui tutto è dovuto. In questo la mia devozione per Lei ha connotati religiosi, La riconosco come Dea e vorrei tanto che stabilisse regole cultuali, una liturgia che mi renda possibile l’unica cosa che ancora fatico a tollerale, le Sue lunghe assenze. Può sparire per giorni o settimane e quelle sono davvero le situazioni intollerabili. Meglio mille frustate, il Suo strapon che mi prende senza pietà, il corpo martoriato dalla tortura che l’assenza della Divina. Devozione religiosa è quella che provo ormai. Non è più solo la Padrona, quello è scontato, solo il pensiero di non appartenerLe mi terrorizza e Lei stessa lo troverebbe ridicolo. Essere Suo schiavo non è argomento di discussione, è un fatto osservabile, grazie a dio aggiungo io, grazie alla mia Dea vorrei aggiungere perché Mistress Elvira è la mia religione ed esserLe devoto significa riconoscere la Sua natura Divina e pensare solo a Lei, vivere solo per Lei, essere sempre a Sua disposizione, amarLa senza condizioni, uniformarsi al Suo punto di vista e godere dell’immenso piacere di essere Suo schiavo.

L’Ikigai

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasia in prosa)

Aveva ormai assoggettato molti uomini e molte donne ma solo alcuni fra questi potevano considerarsi i fortunati, quelli che appartenevano alla cerchia ristretta dei Suoi servi permanenti. Viveva unicamente la realtà del dominio nella Sua pienezza. Ognuno dei Suoi schiavi doveva provvedere ai Suoi bisogni, versando la quasi totalità dei propri introiti alla Dea e trattenendo per sé il necessario per mantenere le proprie case, gli alimenti alla famiglia per chi ne aveva una, le tasse e le bollette. Il cibo era preparato in comune da uno schiavo cuoco e gli abiti di tutti erano scelti da Mistress Elvira in base al Suo gusto. Ciascuno di noi riceveva istruzioni su cosa acquistare, quando la Padrona lo desiderava. Nella schiavitù totale, il denaro non era necessario e quindi veniva tutto consegnato alla Dea, la quale, in questo modo, poteva permettersi una vita di agiatezza in un antico casolare fuori Milano in cui viveva, circondata dai Suoi numerosi servi che dormivano in piccole camerette in una struttura adiacente, una vecchia stalla ristrutturata. L’aveva acquistata e sistemata con il contributo di ciascuno dei sei schiavi, tre uomini e tre donne, che vivevano permanentemente al Suo servizio. Permanentemente per modo di dire. Ciascuno di noi doveva meritarsi con il comportamento l’onore di servirLa e la circostanza che uno avesse contribuito agli agi della Padrona in maniera più sostanziosa non era garanzia di mantenimento dello status di servo domestico. Proprio la persona che aveva messo i maggiori mezzi a disposizione per l’acquisto e la ristrutturazione era stata allontanata per gravi violazioni del contratto, ognuno ne aveva firmato uno, e sostituito rapidamente. Una qualsiasi delle Sue foto pubblicata sui siti specializzati con un breve annuncio che la Mistress ricercava un nuovo schiavo a tempo pieno, per sostituire l’allontanato o aggiungerne uno, e venivamo investiti di richieste di schiavi da tutta Italia, pronti a immolarsi per Lei! La selezione preliminare toccava a noi. Un po’ perché voleva occuparsi solo della scelta finale, ed era molto esigente al punto da punirci severamente in caso di proposte che riteneva inadeguate. Un po’ invece era la minaccia sottintesa poiché al vedere la lista di persone pronte a prendere il nostro posto con tanto entusiasmo, ciascuno si rendeva conto di quanto facilmente sostituibili fossimo. Conseguenza ne era un maggiore impegno a soddisfarLa in tutto, orgogliosi ed eccitati di far parte dell’elite di privilegiati ma attenti a non perderne lo status. Era una logica psicologica molto sottile da parte di Mistress Elvira. È una donna riservata, nessuno di noi può dire di conoscerLa se non nei limiti di quanto funzionale a fare sempre quello che La soddisfa. Riservata e discreta, ha i suoi momenti in cui preferisce restare sola e il suo stile di vita Le aveva permesso di vivere in modo a Lei congeniale: autonoma , con molti schiavi che pensano a Lei. Il rapporto femdom professionale comporterebbe degli impegni, agende, scadenze da rispettare, tutte cose che detesta e, più detestabile di tutto, sarebbe quella sgradevole sensazione di esercitare il ruolo di mistress a richiesta, in una logica commerciale, redditizia ma in fondo non vera, non pura. Trovare uno schiavo sufficientemente ricco da pensare a tutto quello che Le serviva sarebbe stato facile e funzionale a certi aspetti della vita privata ma avrebbe rappresentato un vincolo, per il semplice fatto che sarebbe stato difficile anche per Lei ottenere sostentamento e agio da uno schiavo che fosse stato allontanato. Decise così di andare in fondo alle proprie volontà: essere una Regina nel vero senso della parola. Padrona di un ristretto numero di schiavi, pronti a tutto per Lei e disponibili tutto il tempo. Cominciò a pensare all’idea del casolare e cominciò a portarmi in giro per le campagne nel circondario di Milano. Era un po’ quello il mio compito, quello di consigliarLa in scelte estetiche. Non mi è mai sembrato di avere gusto particolare per le cose ma, per qualche ragione, i miei suggerimenti facevano sempre scattare in Lei una molla che La indirizzava nella scelta giusta. Sicuro non mi avrebbe mai preso come elettricista! Da principio non capivo cosa avesse in mente e come intendesse procurarsi le risorse necessarie per il progetto che aveva in mente, e che non conoscevo, ma cominciai ad avere certi pensieri mano a mano che, parlando in occasione delle visite, si delineavano vagamente i contorni di un progetto diverso. Soprattutto mi accorsi che stava predisponendomi alla dedizione totale. Non ci incontravamo a pagamento ma pretese un mensile, molto consistente, che di fatto mi impediva di avere altri svaghi. Inoltre richiese la mia disponibilità totale. Non avevo più una vita privata se non negli scampoli che mi concedeva e pretese l’applicazione rigorosa del contratto, comprese le password di tutti gli account, l’installazione di un app che mi teneva sempre sotto il Suo controllo e tutto quello che possa servire a limitare la libertà. Fu una liberazione, non dovevo più preoccuparmi di organizzarmi per incontrarLa e attendere che mi rispondesse. Ero semplicemente Suo e vivevo in serena attesa degli incontri con la mia Regina, non necessariamente di carattere BDSM, anzi. Più spesso si trattava di commissioni. Avrei scoperto, iniziata l’esperienza nel casolare, che un percorso simile era stato riservato a tutti gli altri. Quando ebbe finito i lavori, eseguiti da personale estraneo alla cerchia dei Suoi schiavi, tanto che nessuno aveva mai visto il luogo in precedenza, a parte me in una visita preliminare, ci convocò tutti insieme e ci spiegò il progetto.
Era un bel casolare, con un corpo centrale a due piani. Al piano superiore si era sistemata in un appartamento molto funzionale e semplice, la camera dove dormiva, una camera armadio adibita a scarpe e vestiti, un grande soggiorno con cucina di pietra a vista, zona salotto separata ma non in una stanza a parte e uno studio dove dipingeva e scriveva. A piano terra aveva allestito uno studio, uno spazio molto ampio in cui trovava posto l’area punizioni, con catene, cavalletti, lettini, gogne, sedie da impalamento e tavole da tortura. In un’altra zona invece aveva allestito una classe vera e propria, con banchi di legno in stile scuola del dopoguerra, lavagna e cattedra. Fummo convocati per un sabato mattina, alle nove. Presi una macchina a noleggio per raggiungere il luogo in tempo. Era un casolare isolato, poco distante dal grazioso borgo nel Parco Sud Milano, facilmente raggiungibile anche con i mezzi, circostanza che sul momento non destò in me molta attenzione ma che era evidentemente decisiva per l’attuazione del progetto. Quando fummo arrivati, ciascuno di noi, sebbene avesse ricevuto una convocazione individuale, comprese che gli altri erano lì per la stessa ragione. Fummo tutti imbarazzati dall’incrociare gli sguardi di altri schiavi, esponendo ciascuno la propria identità al pubblico, seppur ristretto e ragionevolmente fatto di persone nella stessa situazione. Fu sicuramente un elemento che creò solidarietà e facilitò la pubblica esposizione della propria condizione. Tuttavia ciascuno, almeno in quella fase, rappresentava un minaccia, un rivale nella conquista delle effimere attenzioni della Dea. Ci accolse vestita in modo del tutto informale con i capelli sciolti, era primavera e indossava una camicia bianca con una collana colorata, dei jeans e degli stivali di cuoio col tacco basso. Ci diede il benvenuto sorridente e ci invitò a entrare nell’aula. Aspettatemi qui in silenzio assoluto, vado a prepararmi e da sopra potrò sentire tutto e vedere tutto quindi vi conviene ubbidire. Restammo tutti in silenzio per una mezzoretta circa, ciascuno pensando a cosa sarebbe accaduto. Tre uomini e tre donne di età diverse, uniti nell’attesa. Discese completamente trasformata. Aveva raccolto i capelli in uno chignon, la frangetta le dava un aspetto sobrio e sopra la stessa camicia bianca di prima aveva una giacca grigia completata dalla gonna dello stesso colore, al ginocchio con spacco centrale e décollétées nere ai piedi. Le calze, inutile dirlo, erano di seta con la riga nera. Sedette in cattedra e accese il computer e lo schermo. Come una formatrice professionale, aprì una presentazione in powerpoint nella quale descriveva la casa, poi mostrò un profilo di ciascuno di noi. Imparai i nomi dei miei compagni e alcune caratteristiche come professione, età, provenienza, ruolo come schiavo. Poi passò all’illustrazione del progetto. Eravamo stati scelti, fra tanti schiavi, come gli eletti, al servizio permanente della Dea, in una nuova vita totalmente diversa da quanto vissuto fino a quel momento. Immaginai che la selezione fosse stata attenta e ponderata prima di arrivare a quel punto. Cominciai a dare un senso ai cambiamenti dell’ultimo anno e pensare che quell’evento di quella mattina di primavera fosse il compimento inevitabile di un percorso già iniziato, per me e gli altri. 
“La vostra vita non sarà più vostra, questa sarà la vostra casa e la vostra prigione. Alcuni di voi si recheranno al lavoro quando necessario, secondo una pianificazione concordata, per il resto lavorerete da qui per garantire il sostentamento della comunità e svolgerete le funzioni domestiche e di servizio alla mia persona. Sarete i miei cuochi, i miei autisti, i miei valletti, le mie vittime, i miei giocattoli erotici. Avrete anche una vita sessuale fra di voi, secondo le combinazioni che via via vi dirò. Non sono permesse storie autonome, ogni volta che farete del sesso, quando, in quanti, come e con chi vi dirò, sarete sempre sotto il mio controllo anche se non assisterò. Adesso tutto questo potrà sembrarvi strano ma la vita di gruppo, il mio controllo totale sulle vostre vite e sulle vostre finanze vi renderanno tutto più chiaro col tempo. È un progetto ambizioso ma è quello che voglio e sono sicura di aver scelto le persone giuste. Siete tutti in grado di assicurare mezzi economici alla riuscita del progetto, tutti di gradevole aspetto, tutti completamente soggiogati alla vostra Signora. Ho studiato a lungo i vostri profili psicologici e il vostro modo di vivere la sottomissione. Non solo siete quelli che preferisco ma siete anche compatibili psicologicamente. Alcuni forse potevano sembrare migliori di voi, per caratteristiche o devozione, ma non li ho ritenuti adatti perché non avrebbero assicurato l’armonia necessaria fra di voi. Sarete una squadra coesa di schiavi, mai in competizione per le attenzioni della vostra Padrona, sempre pronti invece a dare tutto e nella totale devozione a me, vi sentirete uniti in un rapporto quasi religioso. Sarete miei oggetti. Amerete la vostra vita qui e non vorrete più averne una diversa. Per questo vi chiedo adesso, poi non potrete tornare indietro e scoprirete perché, se è quello che volete. Se direte di sì avete 48 ore per portare qui tutto quello che vi serve e, dopo aver ricevuto la mia approvazione della lista di cose che intendete portare con voi, stabilirvi qui per sempre nelle camerette che vi saranno assegnate e che saranno ruotate secondo quanto riterrò opportuno. Se non accetterete queste condizioni sarete irrimediabilmente fuori dalla mia vita perché non intendo più ricevere nessuno occasionalmente.”
Detto questo diede forma a un rituale di intensità erotica indescrivibile. Ci disse di tenere le mani sul banco e il capo reclinato verso il basso. Si avvicinò poi a turno a ciascuno di noi, con le Sue splendide mani laccate di rosso alzava il mento di ognuno perché incrociassimo il Suo sguardo e ci rivolse una domanda che aveva qualcosa di battesimale: lo vuoi? All’inevitabile Sì Padrona, replicava “Allora inginocchiati, baciami i piedi e giura che sarai sempre devoto alla Tua Dea, leale e rispettoso con i Tuoi compagni e ubbidiente senza condizioni.” Poi, con il tacco appoggiato sulla testa ci dava un nuovo nome e con quello ci saremmo riconosciuti e quello fu il nome che ciascuno di noi sentiva proprio. Quando tutti ebbero giurato in un’emozione elettrizzante che si sentiva nell’aria, ricevemmo la seconda parte della lezione. Regole della comunità, programmi di formazione in aula, tipologie di punizione. Ciascuno di noi ebbe il compito di leggere il testo del contratto che tutti avevamo già firmato individualmente ma che adesso acquisiva una nuova veste e doveva essere adattato in alcuni dettagli e quindi firmato di nuovo. Ne demmo lettura collegiale su indicazioni di Mistress Elvira. A me toccò leggere le sanzioni. Per trasgressione leggera: ceffoni, sculacciate, frustate, castigo sui ceci, calpestamento, cbt, torture capezzoli, pesi sui testicoli, sospensioni, immobilizzazioni, umiliazioni.  Le sanzioni per trasgressione media: cinghiate, uso battipanni, caning, bastinado, cera su parti intime, zenzero nell’uretra o ano, plug anale tenuto per intera giornata lavorativa, bere l’urina della padrona, bere la propria sborra, sborrarsi in faccia da solo, scosse elettriche sul pene e testicoli, severa fustigazione, ortiche sui genitali. Po le sanzioni per trasgressione grave: umiliazioni pubbliche, impalamento, scosse elettriche con sonda uretrale, scosse elettriche mediante plug anale, 7 giorni di castity cage, asshole canning, canning dei testicoli, ball crushing,  Infine le sanzioni per trasgressione gravissima comprendevano il silence treatment, allontanamento dall’harem per tempo indeterminato o annullamento del contratto. Fui percorso dai brividi nel leggere quelle cose in pubblico, a volto scoperto con persone che firmavano lo stesso documento. Benché facessi fatica a pensare ad alcune pratiche come punizioni, e avremmo imparato tutti che quello che ci piaceva fare diventava in realtà un premio, alcune punizioni mi sembravano spaventose e avevo il fiato rotto nel leggerle, altre addirittura impensabili come l’annullamento del contratto. Venne il momento di firmare e fu completata l’opera di impossessamento. A ciascuno di noi, ci disse, era stato imposto nelle settimane precedenti un piercing ai capezzoli. Io avevo dei normali anellini ma, questo è il motivo per il quale ci aveva spiegato che non avremmo più potuto ribellarci, li sostituì con una coppia di piccole ganasce con chiusura magnetica collegata via smartwatch, che dovevamo sempre indossare, al Suo computer dal quale poteva con un semplice clic attivare una piccola scarica elettrica di intensità variabile. Per togliere le ganasce bisognava attivare un codice che conosceva solo Lei. Fece alcune prove con diversa intensità per farci comprendere quanto potere Le stessimo consegnando. La scossa di intensità più alta era davvero tremendamente dolorosa e causava singulti inopportuni in pubblico. Il pensiero di disubbidire a un ordine, sempre impartito tramite l’orologio, era semplicemente una non possibilità. Quelle più lievi erano quasi un gesto di generosità, un piccolo dolore in una zona erogena per pensare alla Padrona e godere dell’onore di essere stati degni della Sua attenzione. Mi inchinai, baciai di nuovo i Suoi piedi e tornai a casa per organizzarmi. Avrei dovuto preparare la lista delle cose che desideravo con me per la Sua approvazione nel pomeriggio. Avrei avuto a disposizione poco più di un giorno per raccogliere l’essenziale e presentarmi di nuovo nella Residenza, come ormai avevamo imparato a chiamarla. Col tempo ci avrebbe permesso di sistemare anche il resto ma, per la vita monacale che ci attendeva, non c’era bisogno di molto. Una volta a casa una breve scossa di media intensità mi fece piegare le gambe, le lettere ME lampeggiarono sull’orologio, risposi e dissi che ero arrivato e che stavo lavorando alla lista. Una nuova scossa molto forte mi fece gemere di dolore. Ricorda di avvisare sempre la Padrona quando arrivi, non sempre ho tempo da perdere per cercarti sull’app. Era una regola nuova, non scritta, ma fece in modo di farmela imparare velocemente.
Vivevo nella Residenza da alcuni mesi, il lavoro mi richiedeva di allontanarmi da essa un paio di volte a settimana regolarmente e, certe rare settimane dell’anno, anche tutti i giorni. Per il resto svolgevo dei compiti per Mistress Elvira soprattutto nella redazione di testi per il sito, nella ricerca di studi che potessero interessarLa, a volte suggerendo letture, altre volte illustrandoLe, in veri e propri seminari studio, i risultati delle mie ricerche con la Padrona sempre molto attenta che mi dava ulteriori indicazioni. Insomma ero Suo. Svolgevo anche funzioni di gabinetto e imparai a distinguere odori e sapori della Sua urina, associandoli anche a stati di alterazione emotiva. Non un solo momento della mia vita era svincolato dalla mia condizione di servo addomesticato. La circostanza che non esistesse più la sessione, l’incontro, il dono, la tortura la liberazione finale rendevano tutto immensamente più piacevole e interessante. Tutto accadeva in un continuo di emozioni che mi tenevano sempre fisicamente eccitato. Ero tornato a una frequenza di erezioni adolescenziali e, come ci aveva anticipato, l’erotismo non La coinvolgeva necessariamente in maniera diretta ma era sempre sotto il Suo controllo. Ebbi un turno in camera con un altro schiavo e imparai a provare piacere nell’esecuzione di compiti, che avrei altrimenti detto ripugnanti, per il fatto stesso che quel pene fra le mani o in bocca o dentro di me era come se fosse il Suo. Poteva controllarci con le telecamere e darci istruzioni mentre eseguivamo i Suoi ordini. Ovviamente preferivo quando mi imponeva di giocare con le donne, particolarmente con Luna, avevamo tutti abbandonato i nostri nomi al momento del battesimo, ma non era tanto per la bellezza, pur notevole, di Luna. Era una donna sui quarant’anni, molto bella, dal seno prosperoso ma incredibilmente tonico. In origine era lesbica e non aveva figli ma, nella residenza, le nostre preferenze sessuali non erano rilevanti. Era rilevante solo l’amore incondizionato per la Dea e il senso di fratellanza fra noi seguaci, come ci chiamava. Luna, mi sembrò, era la donna che più sembrava stimolare il desiderio di Mistress Elvira, con il suo corpo tonico e potente. Aveva i peli delle ascelle non rasati, cosa che la rendeva per me irresistibile. Nella gerarchia di Mistress Elvira i maschi sono più schiavi delle femmine e quando mi imponeva di giocare con maschi c’era uno scambio di ruoli e funzioni di vario tipo in una logica paritaria. Se invece c’era da giocare con una donna avevo sempre il ruolo di sottomesso della sottomessa. Con Luna, gli ordini di Mistress Elvira, il seno e l’afrore afrodisiaco delle sue ascelle mi tramortivano implacabilmente. Luna se ne accorse ed ebbe una qualche tendenza a dominarmi di sua iniziativa. Benché lesbica, non sempre poteva godere dei piaceri di Mistress Elvira o delle altre due schiave e quindi era ben felice che la mia lingua si applicasse per il Suo piacere. Mistress Elvira colse una violazione del senso di comunità in quella specie di rapporto privilegiato e ci punì entrambi con l’isolamento. Per oltre un mese non avemmo contatti intimi né con la Mistress né con alcuno degli altri schiavi. Ogni giorno ricevevamo punizioni fisiche molto severe, di quelle previste per le mancanze lievi, bendati senza sapere chi le comminava. Chiusi nelle stanze delle punizioni in isolamento, appena sentivamo il catenaccio dovevamo coprirci il volto e docilmente lasciarci condurre nella stanza delle torture dove chissà chi, la Padrona, gli altri schiavi, altre mistress o master amici della Padrona, ci comminava dolorose ed estenuanti punizioni. Uscii da quell’esperienza dolorante e malconcio, dimagrito e indebolito nel corpo e nello spirito. Tuttavia, e non poteva essere altrimenti, rinvigorito nel desiderio di essere Suo a quelle condizioni, terrorizzato al solo pensiero di potere essere allontanato dalla Residenza e grato alla Padrona di avermi facilitato la comprensione di cosa voglia dire essere membri della comunità dei Suoi devoti. La segregazione finì un giorno così come era iniziata. Fui condotto dalla Mistress nudo e bendato. in ginocchio davanti a Lei, sentii le dita sul mio petto, l’erezione fu immediata. Risentii dopo tanto tempo la Sua voce così suadente e così autoritaria. Sentii le ganasce allentarsi e le tolse dai miei capezzoli. Ne prese il controllo diretto dopo oltre un mese mentre una mano mi tolse il cappuccio e vidi il Suo ventre morbido e sensuale come mai davanti ai miei occhi, guardai immediatamente verso il basso per ammirare le mutande di pizzo, il reggicalze e le scarpe col tacco altissimo, strinse più forte e mi ordinò di guardarLa. Con un sorriso trionfante mi chiese Sei felice? Risposi di sì piangendo e appoggiandomi al Suo ventre mentre Luna, dietro di me, con la mano destra cominciò a masturbarmi e con la sinistra muoveva ritmicamente dentro di me un grosso fallo. Mi volle ai Suoi piedi e sedette sulla poltrona dietro di Lei, appoggiandomi i piedi sopra. Adesso fammi sentire le tue unghia come sai fare tu. Mi girai cominciai ad accarezzarLe le gambe come mi aveva insegnato. Luna intanto si era alzata e, messasi alle Sue spalle, le accarezzava i capelli e il seno, poi di fianco ad occuparsi solo del seno mentre, a un cenno della Padrona, il suo piede scivolò sul mio pene lubrificato da oltre mezzora di erezione. Muoveva il piede ritmicamente mentre un piede della Mistress era ormai stabilmente piantato sul mio viso e l’altro muoveva sempre più energicamente sul mio petto. Luna, su ordine della Padrona, si mise in ginocchio di fronte a Lei e, con la perizia atletica che tanto apprezzavo, leccò avidamente il sesso della Padrona, accarezzandole i seni in maniera sempre più intensa da farLa gemere mentre le sue ginocchia con lo stesso incedere si muovevano sul mio pene e sul mio petto. Riuscì a farci venire entrambi nello stesso momento. Fu come aver fatto l’amore con la mia Dea, da oggetto tramite un altro oggetto. Adesso mentre io mi godo l’orgasmo, siedi sul volto dello schiavo che ti darà a sua volta un orgasmo. La leccai con amore per la mia Dea e desiderio irrefrenabile per il suo aroma. Mi inondò di liquido in una serie di singulti, agevolati dalla Padrona che, ripresasi dall’estasi dell’orgasmo, le stringeva forte il seno. Crollò ai piedi della Dea mentre io ero segnato dal suo odore. La voce della Mistress fu implacabile. Ubbiditemi sempre, rispettate le regole e vi renderò felici. La vostra vita mia appartiene ormai e l’unica opzione per voi è l’obbedienza. Si Padrona rispondemmo all’unisono. Avevamo capito la lezione ed eravamo totalmente Sua proprietà. Felici di esserlo.

La gabbia

Scritto da: ubaldo
Pubblicato da: Mistress Elvira (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasie in prosa)

«Lo sai che non voglio essere contraddetta. Mai! Anche se pensi di avere ragione! Quindi ora ti metti la chastity cage e te la tieni fino ad ordine contrario. Poi ti metti  in ginocchio per terra e voglio che scrivi su un foglio per 200 volte “La Padrona ha sempre ragione e io sono solo uno stupido schiavo”. Domani mi mandi mattina un foto dello scritto entro le 8. E ti metti anche il plug rosa fino a quando non hai finito di scrivere!».

Avevo appena fatto un errore veniale, perlomeno dal mio punto di vista, solo piccoli errori che non avevo visto in un testo. Però l’errore era stato giustificarmi e ora avevo avuto la mia lezione.

Mettere la chastity cage come sempre non era stato facile. Solo il fatto di ricevere l’ordine di farlo mi faceva eccitare per cui per infilarla avevo dovuto mettere molto lubrificante e poi spingere con forza e cercare di pensare ad altro per fare ridurre l’erezione. Poi, con un po’ di pazienza ero riuscito a infilare i perni e successivamente a far scattare il lucchetto.

Ora iniziava il calvario perché le erezioni, una volta che i genitali sono chiusi li dentro, sono molto dolorose. La notte soprattutto è difficile da sopportare perché le erezioni spontanee durante la notte provocano diversi risvegli. Il cazzo si gonfia e si schiaccia contro la plastica, mentre le palle vengono compresse contro l’anello che le circonda. E’ come se qualcuno ti stringe i genitali con molta forza. Il fatto diabolico è che poi alla erezione spontanea si aggiunge l’eccitazione di sentirsi schiavo e di proprietà della Padrona. Quindi l’erezione fatica a spegnersi, è un circolo vizioso di sofferenza. Di notte poi è molto più difficile focalizzare la mente su altri pensieri e se poi aggiungiamo che l’anello che circonda i testicoli fa defluire il sangue molto più lentamente, non è difficile passare una buona mezz’ora soffrendo prima di riaddormentarsi.

Questo accade due/tre volte durante una notte e poi la mattina al risveglio. Insomma è un tipo di punizione cha fa sentire i suoi effetti.

Durante il giorno la sopportazione invece è più variabile e dipende molto anche dall’interazione che si ha con la Padrona. Personalmente mi basta anche sentire il suono delle notifiche dei messaggi per avere un erezione, soprattutto se poi questi contengono ordini di varia natura o foto della Padrona. Però poi è più facile distrarsi e per cui, per quanto fastidiosa, la sopportazione giornaliera della chastity cage è più semplice.

Ci misi circa un’ora a terminare il foglio con lo scritto. Plug e gabbia mi tennero eccitato come una cagna per tutto il tempo. Poi feci la foto, inviai alla Padrona e andai a dormire.

La notte fu agitata e la mattina alle 7 venni svegliato dal suono delle notifica di un messaggio della Padrona. Conteneva un ordine preciso.

«Da oggi voglio che ti depili i genitali modello figa. Voglio che lasci una striscia di peli larga 5mm dall’asta del pene verso l’ombelico. E’ una richiesta del tuo nuovo Padrone :D»

Rimasi impietrito, è vero che le avevo confessato di eccitarmi al pensiero di essere sottomesso anche da un uomo per mano sua, ma non pensavo che l’avrebbe messo davvero in pratica. Pensai anche fosse uno stratagemma per farmi eccitare visto che avevo ancora la chastity cage. E ovviamente aveva funzionato.

Mi alzai e mi preparai, era giorno di pulizie e la Padrona mi aspettava per metà mattinata.

Appena arrivato volle controllare la nuova depilazione modello figa e per umiliarmi si fece una bella risata.

Finito con le pulizie mi chiamò nello studio. Aveva piazzato un cazzo di gomma con ventosa su un tavolino davanti alla scrivania.

«Su!» mi disse «Mentre lavoro voglio che ti alleni a fare pompini, datti da fare. Come ti ho detto prima presto ne avrai a che fare con uno vero e io non voglio fare brutte figure. Dacci dentro con gusto da brava cagna!»

Dovetti continuare per mezz’ora mentre la Padrona lavorava al computer e faceva telefonate di lavoro. Poi durante una telefonata sentii che diceva «Si, è quasi pronto, tra una settimana te lo porto e ci divertiamo». Poi ci pensò un attimo «Anzi, guarda, quasi quasi te lo presento, ti faccio una videochiamata».

La guardai e lei: «Tu continua a spompinare, ti ho detto forse di fermarti?».

Richiamò l’uomo poi si avvicinò con il telefono. Con l’altra mano teneva un piccolo telecomando, quindi premette un tasto e immediatamente sentii che dal cazzo usciva un liquido denso. Era un dildo con eiaculazione. «Ingoia tutto cagna!» mi disse la Padrona.

Il dildo spruzzava senza sosta e la Padrona riprendeva impietosamente la scena in diretta con quello che aveva deciso sarebbe diventato a breve il mio Padrone. Poi finito di ingoiare tutto quello che era uscito mi ordinò di alzarmi e mettermi in posizione di esposizione e mi mostrò girandomi intorno con la telecamera all’uomo, soffermandosi e spostandomi con le dita la zone intime. «Cosa fai li zitto? Su, saluta il tuo nuovo Padrone!»

Raccolsi le forze per sopportare questa umiliazione estrema e a capo chino dissi «Buongiorno Padrone».

«Non si è sentito! Ripeti a voce alta e chiara e scandisci bene la parola Padrone!»

«Buongiorno Padrone» ripetei.

La Padrona aveva un’aria particolarmente soddisfatta. Poi l’uomo disse «Mostrami la tua fica schiavo». Mi misi nella posizione che mi aveva insegnato la Padrona a gambe larghe sul pouf e con le mani mi allargai i glutei.

La Padrona si avvicinò, mi riprese da vicino e disse: «E’ una cagna sfondata, lo sai che l’altro giorno gli ho infilato una mano fino al polso? Ora invece lo sto addestrando a prenderlo anche in bocca come hai visto prima. Ma ora diamo una piccola dimostrazione per il Padrone quanto ti piace prenderlo in fica».

Mi buttò per terra tre cazzi di diversa foggia e dimensione come si butta del cibo ad un animale e disse: «Raccogli schiavo e facci divertire».

Iniziai con il più piccolo ma dopo poco la Padrona mi ordinò di passare al successivo. «Quello è poco per te, passa a quello nero che è più adeguato». Me lo infilai per metà e intanto riecevevo commenti e ordini «Più veloce, più in fondo, fai gemiti da cagna che gode». Poi il Padrone disse che voleva vedermi all’opera con il cazzo più grosso, un dildo veramente enorme che la Padrona non aveva mai usato su di me. Mi venne ordinato di spompinarlo prima prenderlo ma non riuscivo nemmeno a farlo entrare in bocca. Lo leccai come un gelato e poi dopo averlo abbondantemente cosparso di lubrificante spinsi con forza e dopo una breve resistenza dato che fortunatamente era morbido penetrò. Mi sentivo dilatato all’inverosimimile. A quel punto la Padrona prese il cazzo che aveva usato per farmi fare il training di sesso orale e me lo cacciò in bocca «Forza succhialo troia!». E dopo avermi obbligato a un lungo pompino fece scattare ancora il meccanismo che simulava l’eiaculazione sfilandomelo dalla bocca per sborrarmi abbondantemente in faccia.

Poi la Padrona mi disse «Resta li mentre finisco di parlare al telefono con il tuo Padrone, non abbiamo ancora finito».