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L’Ikigai

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasia in prosa)

Aveva ormai assoggettato molti uomini e molte donne ma solo alcuni fra questi potevano considerarsi i fortunati, quelli che appartenevano alla cerchia ristretta dei Suoi servi permanenti. Viveva unicamente la realtà del dominio nella Sua pienezza. Ognuno dei Suoi schiavi doveva provvedere ai Suoi bisogni, versando la quasi totalità dei propri introiti alla Dea e trattenendo per sé il necessario per mantenere le proprie case, gli alimenti alla famiglia per chi ne aveva una, le tasse e le bollette. Il cibo era preparato in comune da uno schiavo cuoco e gli abiti di tutti erano scelti da Mistress Elvira in base al Suo gusto. Ciascuno di noi riceveva istruzioni su cosa acquistare, quando la Padrona lo desiderava. Nella schiavitù totale, il denaro non era necessario e quindi veniva tutto consegnato alla Dea, la quale, in questo modo, poteva permettersi una vita di agiatezza in un antico casolare fuori Milano in cui viveva, circondata dai Suoi numerosi servi che dormivano in piccole camerette in una struttura adiacente, una vecchia stalla ristrutturata. L’aveva acquistata e sistemata con il contributo di ciascuno dei sei schiavi, tre uomini e tre donne, che vivevano permanentemente al Suo servizio. Permanentemente per modo di dire. Ciascuno di noi doveva meritarsi con il comportamento l’onore di servirLa e la circostanza che uno avesse contribuito agli agi della Padrona in maniera più sostanziosa non era garanzia di mantenimento dello status di servo domestico. Proprio la persona che aveva messo i maggiori mezzi a disposizione per l’acquisto e la ristrutturazione era stata allontanata per gravi violazioni del contratto, ognuno ne aveva firmato uno, e sostituito rapidamente. Una qualsiasi delle Sue foto pubblicata sui siti specializzati con un breve annuncio che la Mistress ricercava un nuovo schiavo a tempo pieno, per sostituire l’allontanato o aggiungerne uno, e venivamo investiti di richieste di schiavi da tutta Italia, pronti a immolarsi per Lei! La selezione preliminare toccava a noi. Un po’ perché voleva occuparsi solo della scelta finale, ed era molto esigente al punto da punirci severamente in caso di proposte che riteneva inadeguate. Un po’ invece era la minaccia sottintesa poiché al vedere la lista di persone pronte a prendere il nostro posto con tanto entusiasmo, ciascuno si rendeva conto di quanto facilmente sostituibili fossimo. Conseguenza ne era un maggiore impegno a soddisfarLa in tutto, orgogliosi ed eccitati di far parte dell’elite di privilegiati ma attenti a non perderne lo status. Era una logica psicologica molto sottile da parte di Mistress Elvira. È una donna riservata, nessuno di noi può dire di conoscerLa se non nei limiti di quanto funzionale a fare sempre quello che La soddisfa. Riservata e discreta, ha i suoi momenti in cui preferisce restare sola e il suo stile di vita Le aveva permesso di vivere in modo a Lei congeniale: autonoma , con molti schiavi che pensano a Lei. Il rapporto femdom professionale comporterebbe degli impegni, agende, scadenze da rispettare, tutte cose che detesta e, più detestabile di tutto, sarebbe quella sgradevole sensazione di esercitare il ruolo di mistress a richiesta, in una logica commerciale, redditizia ma in fondo non vera, non pura. Trovare uno schiavo sufficientemente ricco da pensare a tutto quello che Le serviva sarebbe stato facile e funzionale a certi aspetti della vita privata ma avrebbe rappresentato un vincolo, per il semplice fatto che sarebbe stato difficile anche per Lei ottenere sostentamento e agio da uno schiavo che fosse stato allontanato. Decise così di andare in fondo alle proprie volontà: essere una Regina nel vero senso della parola. Padrona di un ristretto numero di schiavi, pronti a tutto per Lei e disponibili tutto il tempo. Cominciò a pensare all’idea del casolare e cominciò a portarmi in giro per le campagne nel circondario di Milano. Era un po’ quello il mio compito, quello di consigliarLa in scelte estetiche. Non mi è mai sembrato di avere gusto particolare per le cose ma, per qualche ragione, i miei suggerimenti facevano sempre scattare in Lei una molla che La indirizzava nella scelta giusta. Sicuro non mi avrebbe mai preso come elettricista! Da principio non capivo cosa avesse in mente e come intendesse procurarsi le risorse necessarie per il progetto che aveva in mente, e che non conoscevo, ma cominciai ad avere certi pensieri mano a mano che, parlando in occasione delle visite, si delineavano vagamente i contorni di un progetto diverso. Soprattutto mi accorsi che stava predisponendomi alla dedizione totale. Non ci incontravamo a pagamento ma pretese un mensile, molto consistente, che di fatto mi impediva di avere altri svaghi. Inoltre richiese la mia disponibilità totale. Non avevo più una vita privata se non negli scampoli che mi concedeva e pretese l’applicazione rigorosa del contratto, comprese le password di tutti gli account, l’installazione di un app che mi teneva sempre sotto il Suo controllo e tutto quello che possa servire a limitare la libertà. Fu una liberazione, non dovevo più preoccuparmi di organizzarmi per incontrarLa e attendere che mi rispondesse. Ero semplicemente Suo e vivevo in serena attesa degli incontri con la mia Regina, non necessariamente di carattere BDSM, anzi. Più spesso si trattava di commissioni. Avrei scoperto, iniziata l’esperienza nel casolare, che un percorso simile era stato riservato a tutti gli altri. Quando ebbe finito i lavori, eseguiti da personale estraneo alla cerchia dei Suoi schiavi, tanto che nessuno aveva mai visto il luogo in precedenza, a parte me in una visita preliminare, ci convocò tutti insieme e ci spiegò il progetto.
Era un bel casolare, con un corpo centrale a due piani. Al piano superiore si era sistemata in un appartamento molto funzionale e semplice, la camera dove dormiva, una camera armadio adibita a scarpe e vestiti, un grande soggiorno con cucina di pietra a vista, zona salotto separata ma non in una stanza a parte e uno studio dove dipingeva e scriveva. A piano terra aveva allestito uno studio, uno spazio molto ampio in cui trovava posto l’area punizioni, con catene, cavalletti, lettini, gogne, sedie da impalamento e tavole da tortura. In un’altra zona invece aveva allestito una classe vera e propria, con banchi di legno in stile scuola del dopoguerra, lavagna e cattedra. Fummo convocati per un sabato mattina, alle nove. Presi una macchina a noleggio per raggiungere il luogo in tempo. Era un casolare isolato, poco distante dal grazioso borgo nel Parco Sud Milano, facilmente raggiungibile anche con i mezzi, circostanza che sul momento non destò in me molta attenzione ma che era evidentemente decisiva per l’attuazione del progetto. Quando fummo arrivati, ciascuno di noi, sebbene avesse ricevuto una convocazione individuale, comprese che gli altri erano lì per la stessa ragione. Fummo tutti imbarazzati dall’incrociare gli sguardi di altri schiavi, esponendo ciascuno la propria identità al pubblico, seppur ristretto e ragionevolmente fatto di persone nella stessa situazione. Fu sicuramente un elemento che creò solidarietà e facilitò la pubblica esposizione della propria condizione. Tuttavia ciascuno, almeno in quella fase, rappresentava un minaccia, un rivale nella conquista delle effimere attenzioni della Dea. Ci accolse vestita in modo del tutto informale con i capelli sciolti, era primavera e indossava una camicia bianca con una collana colorata, dei jeans e degli stivali di cuoio col tacco basso. Ci diede il benvenuto sorridente e ci invitò a entrare nell’aula. Aspettatemi qui in silenzio assoluto, vado a prepararmi e da sopra potrò sentire tutto e vedere tutto quindi vi conviene ubbidire. Restammo tutti in silenzio per una mezzoretta circa, ciascuno pensando a cosa sarebbe accaduto. Tre uomini e tre donne di età diverse, uniti nell’attesa. Discese completamente trasformata. Aveva raccolto i capelli in uno chignon, la frangetta le dava un aspetto sobrio e sopra la stessa camicia bianca di prima aveva una giacca grigia completata dalla gonna dello stesso colore, al ginocchio con spacco centrale e décollétées nere ai piedi. Le calze, inutile dirlo, erano di seta con la riga nera. Sedette in cattedra e accese il computer e lo schermo. Come una formatrice professionale, aprì una presentazione in powerpoint nella quale descriveva la casa, poi mostrò un profilo di ciascuno di noi. Imparai i nomi dei miei compagni e alcune caratteristiche come professione, età, provenienza, ruolo come schiavo. Poi passò all’illustrazione del progetto. Eravamo stati scelti, fra tanti schiavi, come gli eletti, al servizio permanente della Dea, in una nuova vita totalmente diversa da quanto vissuto fino a quel momento. Immaginai che la selezione fosse stata attenta e ponderata prima di arrivare a quel punto. Cominciai a dare un senso ai cambiamenti dell’ultimo anno e pensare che quell’evento di quella mattina di primavera fosse il compimento inevitabile di un percorso già iniziato, per me e gli altri. 
“La vostra vita non sarà più vostra, questa sarà la vostra casa e la vostra prigione. Alcuni di voi si recheranno al lavoro quando necessario, secondo una pianificazione concordata, per il resto lavorerete da qui per garantire il sostentamento della comunità e svolgerete le funzioni domestiche e di servizio alla mia persona. Sarete i miei cuochi, i miei autisti, i miei valletti, le mie vittime, i miei giocattoli erotici. Avrete anche una vita sessuale fra di voi, secondo le combinazioni che via via vi dirò. Non sono permesse storie autonome, ogni volta che farete del sesso, quando, in quanti, come e con chi vi dirò, sarete sempre sotto il mio controllo anche se non assisterò. Adesso tutto questo potrà sembrarvi strano ma la vita di gruppo, il mio controllo totale sulle vostre vite e sulle vostre finanze vi renderanno tutto più chiaro col tempo. È un progetto ambizioso ma è quello che voglio e sono sicura di aver scelto le persone giuste. Siete tutti in grado di assicurare mezzi economici alla riuscita del progetto, tutti di gradevole aspetto, tutti completamente soggiogati alla vostra Signora. Ho studiato a lungo i vostri profili psicologici e il vostro modo di vivere la sottomissione. Non solo siete quelli che preferisco ma siete anche compatibili psicologicamente. Alcuni forse potevano sembrare migliori di voi, per caratteristiche o devozione, ma non li ho ritenuti adatti perché non avrebbero assicurato l’armonia necessaria fra di voi. Sarete una squadra coesa di schiavi, mai in competizione per le attenzioni della vostra Padrona, sempre pronti invece a dare tutto e nella totale devozione a me, vi sentirete uniti in un rapporto quasi religioso. Sarete miei oggetti. Amerete la vostra vita qui e non vorrete più averne una diversa. Per questo vi chiedo adesso, poi non potrete tornare indietro e scoprirete perché, se è quello che volete. Se direte di sì avete 48 ore per portare qui tutto quello che vi serve e, dopo aver ricevuto la mia approvazione della lista di cose che intendete portare con voi, stabilirvi qui per sempre nelle camerette che vi saranno assegnate e che saranno ruotate secondo quanto riterrò opportuno. Se non accetterete queste condizioni sarete irrimediabilmente fuori dalla mia vita perché non intendo più ricevere nessuno occasionalmente.”
Detto questo diede forma a un rituale di intensità erotica indescrivibile. Ci disse di tenere le mani sul banco e il capo reclinato verso il basso. Si avvicinò poi a turno a ciascuno di noi, con le Sue splendide mani laccate di rosso alzava il mento di ognuno perché incrociassimo il Suo sguardo e ci rivolse una domanda che aveva qualcosa di battesimale: lo vuoi? All’inevitabile Sì Padrona, replicava “Allora inginocchiati, baciami i piedi e giura che sarai sempre devoto alla Tua Dea, leale e rispettoso con i Tuoi compagni e ubbidiente senza condizioni.” Poi, con il tacco appoggiato sulla testa ci dava un nuovo nome e con quello ci saremmo riconosciuti e quello fu il nome che ciascuno di noi sentiva proprio. Quando tutti ebbero giurato in un’emozione elettrizzante che si sentiva nell’aria, ricevemmo la seconda parte della lezione. Regole della comunità, programmi di formazione in aula, tipologie di punizione. Ciascuno di noi ebbe il compito di leggere il testo del contratto che tutti avevamo già firmato individualmente ma che adesso acquisiva una nuova veste e doveva essere adattato in alcuni dettagli e quindi firmato di nuovo. Ne demmo lettura collegiale su indicazioni di Mistress Elvira. A me toccò leggere le sanzioni. Per trasgressione leggera: ceffoni, sculacciate, frustate, castigo sui ceci, calpestamento, cbt, torture capezzoli, pesi sui testicoli, sospensioni, immobilizzazioni, umiliazioni.  Le sanzioni per trasgressione media: cinghiate, uso battipanni, caning, bastinado, cera su parti intime, zenzero nell’uretra o ano, plug anale tenuto per intera giornata lavorativa, bere l’urina della padrona, bere la propria sborra, sborrarsi in faccia da solo, scosse elettriche sul pene e testicoli, severa fustigazione, ortiche sui genitali. Po le sanzioni per trasgressione grave: umiliazioni pubbliche, impalamento, scosse elettriche con sonda uretrale, scosse elettriche mediante plug anale, 7 giorni di castity cage, asshole canning, canning dei testicoli, ball crushing,  Infine le sanzioni per trasgressione gravissima comprendevano il silence treatment, allontanamento dall’harem per tempo indeterminato o annullamento del contratto. Fui percorso dai brividi nel leggere quelle cose in pubblico, a volto scoperto con persone che firmavano lo stesso documento. Benché facessi fatica a pensare ad alcune pratiche come punizioni, e avremmo imparato tutti che quello che ci piaceva fare diventava in realtà un premio, alcune punizioni mi sembravano spaventose e avevo il fiato rotto nel leggerle, altre addirittura impensabili come l’annullamento del contratto. Venne il momento di firmare e fu completata l’opera di impossessamento. A ciascuno di noi, ci disse, era stato imposto nelle settimane precedenti un piercing ai capezzoli. Io avevo dei normali anellini ma, questo è il motivo per il quale ci aveva spiegato che non avremmo più potuto ribellarci, li sostituì con una coppia di piccole ganasce con chiusura magnetica collegata via smartwatch, che dovevamo sempre indossare, al Suo computer dal quale poteva con un semplice clic attivare una piccola scarica elettrica di intensità variabile. Per togliere le ganasce bisognava attivare un codice che conosceva solo Lei. Fece alcune prove con diversa intensità per farci comprendere quanto potere Le stessimo consegnando. La scossa di intensità più alta era davvero tremendamente dolorosa e causava singulti inopportuni in pubblico. Il pensiero di disubbidire a un ordine, sempre impartito tramite l’orologio, era semplicemente una non possibilità. Quelle più lievi erano quasi un gesto di generosità, un piccolo dolore in una zona erogena per pensare alla Padrona e godere dell’onore di essere stati degni della Sua attenzione. Mi inchinai, baciai di nuovo i Suoi piedi e tornai a casa per organizzarmi. Avrei dovuto preparare la lista delle cose che desideravo con me per la Sua approvazione nel pomeriggio. Avrei avuto a disposizione poco più di un giorno per raccogliere l’essenziale e presentarmi di nuovo nella Residenza, come ormai avevamo imparato a chiamarla. Col tempo ci avrebbe permesso di sistemare anche il resto ma, per la vita monacale che ci attendeva, non c’era bisogno di molto. Una volta a casa una breve scossa di media intensità mi fece piegare le gambe, le lettere ME lampeggiarono sull’orologio, risposi e dissi che ero arrivato e che stavo lavorando alla lista. Una nuova scossa molto forte mi fece gemere di dolore. Ricorda di avvisare sempre la Padrona quando arrivi, non sempre ho tempo da perdere per cercarti sull’app. Era una regola nuova, non scritta, ma fece in modo di farmela imparare velocemente.
Vivevo nella Residenza da alcuni mesi, il lavoro mi richiedeva di allontanarmi da essa un paio di volte a settimana regolarmente e, certe rare settimane dell’anno, anche tutti i giorni. Per il resto svolgevo dei compiti per Mistress Elvira soprattutto nella redazione di testi per il sito, nella ricerca di studi che potessero interessarLa, a volte suggerendo letture, altre volte illustrandoLe, in veri e propri seminari studio, i risultati delle mie ricerche con la Padrona sempre molto attenta che mi dava ulteriori indicazioni. Insomma ero Suo. Svolgevo anche funzioni di gabinetto e imparai a distinguere odori e sapori della Sua urina, associandoli anche a stati di alterazione emotiva. Non un solo momento della mia vita era svincolato dalla mia condizione di servo addomesticato. La circostanza che non esistesse più la sessione, l’incontro, il dono, la tortura la liberazione finale rendevano tutto immensamente più piacevole e interessante. Tutto accadeva in un continuo di emozioni che mi tenevano sempre fisicamente eccitato. Ero tornato a una frequenza di erezioni adolescenziali e, come ci aveva anticipato, l’erotismo non La coinvolgeva necessariamente in maniera diretta ma era sempre sotto il Suo controllo. Ebbi un turno in camera con un altro schiavo e imparai a provare piacere nell’esecuzione di compiti, che avrei altrimenti detto ripugnanti, per il fatto stesso che quel pene fra le mani o in bocca o dentro di me era come se fosse il Suo. Poteva controllarci con le telecamere e darci istruzioni mentre eseguivamo i Suoi ordini. Ovviamente preferivo quando mi imponeva di giocare con le donne, particolarmente con Luna, avevamo tutti abbandonato i nostri nomi al momento del battesimo, ma non era tanto per la bellezza, pur notevole, di Luna. Era una donna sui quarant’anni, molto bella, dal seno prosperoso ma incredibilmente tonico. In origine era lesbica e non aveva figli ma, nella residenza, le nostre preferenze sessuali non erano rilevanti. Era rilevante solo l’amore incondizionato per la Dea e il senso di fratellanza fra noi seguaci, come ci chiamava. Luna, mi sembrò, era la donna che più sembrava stimolare il desiderio di Mistress Elvira, con il suo corpo tonico e potente. Aveva i peli delle ascelle non rasati, cosa che la rendeva per me irresistibile. Nella gerarchia di Mistress Elvira i maschi sono più schiavi delle femmine e quando mi imponeva di giocare con maschi c’era uno scambio di ruoli e funzioni di vario tipo in una logica paritaria. Se invece c’era da giocare con una donna avevo sempre il ruolo di sottomesso della sottomessa. Con Luna, gli ordini di Mistress Elvira, il seno e l’afrore afrodisiaco delle sue ascelle mi tramortivano implacabilmente. Luna se ne accorse ed ebbe una qualche tendenza a dominarmi di sua iniziativa. Benché lesbica, non sempre poteva godere dei piaceri di Mistress Elvira o delle altre due schiave e quindi era ben felice che la mia lingua si applicasse per il Suo piacere. Mistress Elvira colse una violazione del senso di comunità in quella specie di rapporto privilegiato e ci punì entrambi con l’isolamento. Per oltre un mese non avemmo contatti intimi né con la Mistress né con alcuno degli altri schiavi. Ogni giorno ricevevamo punizioni fisiche molto severe, di quelle previste per le mancanze lievi, bendati senza sapere chi le comminava. Chiusi nelle stanze delle punizioni in isolamento, appena sentivamo il catenaccio dovevamo coprirci il volto e docilmente lasciarci condurre nella stanza delle torture dove chissà chi, la Padrona, gli altri schiavi, altre mistress o master amici della Padrona, ci comminava dolorose ed estenuanti punizioni. Uscii da quell’esperienza dolorante e malconcio, dimagrito e indebolito nel corpo e nello spirito. Tuttavia, e non poteva essere altrimenti, rinvigorito nel desiderio di essere Suo a quelle condizioni, terrorizzato al solo pensiero di potere essere allontanato dalla Residenza e grato alla Padrona di avermi facilitato la comprensione di cosa voglia dire essere membri della comunità dei Suoi devoti. La segregazione finì un giorno così come era iniziata. Fui condotto dalla Mistress nudo e bendato. in ginocchio davanti a Lei, sentii le dita sul mio petto, l’erezione fu immediata. Risentii dopo tanto tempo la Sua voce così suadente e così autoritaria. Sentii le ganasce allentarsi e le tolse dai miei capezzoli. Ne prese il controllo diretto dopo oltre un mese mentre una mano mi tolse il cappuccio e vidi il Suo ventre morbido e sensuale come mai davanti ai miei occhi, guardai immediatamente verso il basso per ammirare le mutande di pizzo, il reggicalze e le scarpe col tacco altissimo, strinse più forte e mi ordinò di guardarLa. Con un sorriso trionfante mi chiese Sei felice? Risposi di sì piangendo e appoggiandomi al Suo ventre mentre Luna, dietro di me, con la mano destra cominciò a masturbarmi e con la sinistra muoveva ritmicamente dentro di me un grosso fallo. Mi volle ai Suoi piedi e sedette sulla poltrona dietro di Lei, appoggiandomi i piedi sopra. Adesso fammi sentire le tue unghia come sai fare tu. Mi girai cominciai ad accarezzarLe le gambe come mi aveva insegnato. Luna intanto si era alzata e, messasi alle Sue spalle, le accarezzava i capelli e il seno, poi di fianco ad occuparsi solo del seno mentre, a un cenno della Padrona, il suo piede scivolò sul mio pene lubrificato da oltre mezzora di erezione. Muoveva il piede ritmicamente mentre un piede della Mistress era ormai stabilmente piantato sul mio viso e l’altro muoveva sempre più energicamente sul mio petto. Luna, su ordine della Padrona, si mise in ginocchio di fronte a Lei e, con la perizia atletica che tanto apprezzavo, leccò avidamente il sesso della Padrona, accarezzandole i seni in maniera sempre più intensa da farLa gemere mentre le sue ginocchia con lo stesso incedere si muovevano sul mio pene e sul mio petto. Riuscì a farci venire entrambi nello stesso momento. Fu come aver fatto l’amore con la mia Dea, da oggetto tramite un altro oggetto. Adesso mentre io mi godo l’orgasmo, siedi sul volto dello schiavo che ti darà a sua volta un orgasmo. La leccai con amore per la mia Dea e desiderio irrefrenabile per il suo aroma. Mi inondò di liquido in una serie di singulti, agevolati dalla Padrona che, ripresasi dall’estasi dell’orgasmo, le stringeva forte il seno. Crollò ai piedi della Dea mentre io ero segnato dal suo odore. La voce della Mistress fu implacabile. Ubbiditemi sempre, rispettate le regole e vi renderò felici. La vostra vita mia appartiene ormai e l’unica opzione per voi è l’obbedienza. Si Padrona rispondemmo all’unisono. Avevamo capito la lezione ed eravamo totalmente Sua proprietà. Felici di esserlo.

La gabbia

Scritto da: ubaldo
Pubblicato da: Mistress Elvira (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasie in prosa)

«Lo sai che non voglio essere contraddetta. Mai! Anche se pensi di avere ragione! Quindi ora ti metti la chastity cage e te la tieni fino ad ordine contrario. Poi ti metti  in ginocchio per terra e voglio che scrivi su un foglio per 200 volte “La Padrona ha sempre ragione e io sono solo uno stupido schiavo”. Domani mi mandi mattina un foto dello scritto entro le 8. E ti metti anche il plug rosa fino a quando non hai finito di scrivere!».

Avevo appena fatto un errore veniale, perlomeno dal mio punto di vista, solo piccoli errori che non avevo visto in un testo. Però l’errore era stato giustificarmi e ora avevo avuto la mia lezione.

Mettere la chastity cage come sempre non era stato facile. Solo il fatto di ricevere l’ordine di farlo mi faceva eccitare per cui per infilarla avevo dovuto mettere molto lubrificante e poi spingere con forza e cercare di pensare ad altro per fare ridurre l’erezione. Poi, con un po’ di pazienza ero riuscito a infilare i perni e successivamente a far scattare il lucchetto.

Ora iniziava il calvario perché le erezioni, una volta che i genitali sono chiusi li dentro, sono molto dolorose. La notte soprattutto è difficile da sopportare perché le erezioni spontanee durante la notte provocano diversi risvegli. Il cazzo si gonfia e si schiaccia contro la plastica, mentre le palle vengono compresse contro l’anello che le circonda. E’ come se qualcuno ti stringe i genitali con molta forza. Il fatto diabolico è che poi alla erezione spontanea si aggiunge l’eccitazione di sentirsi schiavo e di proprietà della Padrona. Quindi l’erezione fatica a spegnersi, è un circolo vizioso di sofferenza. Di notte poi è molto più difficile focalizzare la mente su altri pensieri e se poi aggiungiamo che l’anello che circonda i testicoli fa defluire il sangue molto più lentamente, non è difficile passare una buona mezz’ora soffrendo prima di riaddormentarsi.

Questo accade due/tre volte durante una notte e poi la mattina al risveglio. Insomma è un tipo di punizione cha fa sentire i suoi effetti.

Durante il giorno la sopportazione invece è più variabile e dipende molto anche dall’interazione che si ha con la Padrona. Personalmente mi basta anche sentire il suono delle notifiche dei messaggi per avere un erezione, soprattutto se poi questi contengono ordini di varia natura o foto della Padrona. Però poi è più facile distrarsi e per cui, per quanto fastidiosa, la sopportazione giornaliera della chastity cage è più semplice.

Ci misi circa un’ora a terminare il foglio con lo scritto. Plug e gabbia mi tennero eccitato come una cagna per tutto il tempo. Poi feci la foto, inviai alla Padrona e andai a dormire.

La notte fu agitata e la mattina alle 7 venni svegliato dal suono delle notifica di un messaggio della Padrona. Conteneva un ordine preciso.

«Da oggi voglio che ti depili i genitali modello figa. Voglio che lasci una striscia di peli larga 5mm dall’asta del pene verso l’ombelico. E’ una richiesta del tuo nuovo Padrone :D»

Rimasi impietrito, è vero che le avevo confessato di eccitarmi al pensiero di essere sottomesso anche da un uomo per mano sua, ma non pensavo che l’avrebbe messo davvero in pratica. Pensai anche fosse uno stratagemma per farmi eccitare visto che avevo ancora la chastity cage. E ovviamente aveva funzionato.

Mi alzai e mi preparai, era giorno di pulizie e la Padrona mi aspettava per metà mattinata.

Appena arrivato volle controllare la nuova depilazione modello figa e per umiliarmi si fece una bella risata.

Finito con le pulizie mi chiamò nello studio. Aveva piazzato un cazzo di gomma con ventosa su un tavolino davanti alla scrivania.

«Su!» mi disse «Mentre lavoro voglio che ti alleni a fare pompini, datti da fare. Come ti ho detto prima presto ne avrai a che fare con uno vero e io non voglio fare brutte figure. Dacci dentro con gusto da brava cagna!»

Dovetti continuare per mezz’ora mentre la Padrona lavorava al computer e faceva telefonate di lavoro. Poi durante una telefonata sentii che diceva «Si, è quasi pronto, tra una settimana te lo porto e ci divertiamo». Poi ci pensò un attimo «Anzi, guarda, quasi quasi te lo presento, ti faccio una videochiamata».

La guardai e lei: «Tu continua a spompinare, ti ho detto forse di fermarti?».

Richiamò l’uomo poi si avvicinò con il telefono. Con l’altra mano teneva un piccolo telecomando, quindi premette un tasto e immediatamente sentii che dal cazzo usciva un liquido denso. Era un dildo con eiaculazione. «Ingoia tutto cagna!» mi disse la Padrona.

Il dildo spruzzava senza sosta e la Padrona riprendeva impietosamente la scena in diretta con quello che aveva deciso sarebbe diventato a breve il mio Padrone. Poi finito di ingoiare tutto quello che era uscito mi ordinò di alzarmi e mettermi in posizione di esposizione e mi mostrò girandomi intorno con la telecamera all’uomo, soffermandosi e spostandomi con le dita la zone intime. «Cosa fai li zitto? Su, saluta il tuo nuovo Padrone!»

Raccolsi le forze per sopportare questa umiliazione estrema e a capo chino dissi «Buongiorno Padrone».

«Non si è sentito! Ripeti a voce alta e chiara e scandisci bene la parola Padrone!»

«Buongiorno Padrone» ripetei.

La Padrona aveva un’aria particolarmente soddisfatta. Poi l’uomo disse «Mostrami la tua fica schiavo». Mi misi nella posizione che mi aveva insegnato la Padrona a gambe larghe sul pouf e con le mani mi allargai i glutei.

La Padrona si avvicinò, mi riprese da vicino e disse: «E’ una cagna sfondata, lo sai che l’altro giorno gli ho infilato una mano fino al polso? Ora invece lo sto addestrando a prenderlo anche in bocca come hai visto prima. Ma ora diamo una piccola dimostrazione per il Padrone quanto ti piace prenderlo in fica».

Mi buttò per terra tre cazzi di diversa foggia e dimensione come si butta del cibo ad un animale e disse: «Raccogli schiavo e facci divertire».

Iniziai con il più piccolo ma dopo poco la Padrona mi ordinò di passare al successivo. «Quello è poco per te, passa a quello nero che è più adeguato». Me lo infilai per metà e intanto riecevevo commenti e ordini «Più veloce, più in fondo, fai gemiti da cagna che gode». Poi il Padrone disse che voleva vedermi all’opera con il cazzo più grosso, un dildo veramente enorme che la Padrona non aveva mai usato su di me. Mi venne ordinato di spompinarlo prima prenderlo ma non riuscivo nemmeno a farlo entrare in bocca. Lo leccai come un gelato e poi dopo averlo abbondantemente cosparso di lubrificante spinsi con forza e dopo una breve resistenza dato che fortunatamente era morbido penetrò. Mi sentivo dilatato all’inverosimimile. A quel punto la Padrona prese il cazzo che aveva usato per farmi fare il training di sesso orale e me lo cacciò in bocca «Forza succhialo troia!». E dopo avermi obbligato a un lungo pompino fece scattare ancora il meccanismo che simulava l’eiaculazione sfilandomelo dalla bocca per sborrarmi abbondantemente in faccia.

Poi la Padrona mi disse «Resta li mentre finisco di parlare al telefono con il tuo Padrone, non abbiamo ancora finito».

Un viaggio nella mia mente

Scritto da: Dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzarri (ricordo ai cari lettori che i racconti sono espressioni di fantasie in prosa)

Ero in partenza per le vacanze quando mi arrivò una notifica di una mail da parte di Mistress Elvira:”Scrivi un bel racconto per allietare i miei momenti di noia a bordo piscina.” Il viaggio era lungo e così cominciai a immaginare e imboccai un binario preciso delle mie fantasie più nascoste. Vi presento il frutto del mio girovagare tra i meandri della mia mente…

Sembrava una giornata come tutte le altre, le mandai un messaggio appena fui sotto lo studio, attesi qualche secondo che mi aprisse il portone e salii le scale, in quella strana mescolanza di sentimenti che sempre provavo prima di incontraLa: ansia per l’ignoto, sottomessa rassegnazione al Suo potere, desiderio incontenibile di vederLa. Una miscela paralizzante che risultava nell’esecuzione passiva delle disposizioni. Anche salire le scale era in fondo il gesto di un automa, in nulla in grado di controllare le proprie azioni e governare i processi mentali alla base di esse. Anzi, proprio il vuoto della mente, in qualche modo, definiva quei momenti. Aprii la porta e La vidi, come sempre, al solito posto: appoggiata con i Suoi irresistibili glutei alla scrivania, mi guardava con sguardo compiaciuto e ammiccante. Era cominciata l’estate ma, lo lessi come un buon auspicio, non aveva voluto negarmi il piacere di offrirsi alla mia vista in reggicalze. Il lembo di pelle scoperto sopra la balza e sotto le mutande è forse il cuore stesso della dominazione. Un corpo vestito di trasparenza, si offre in tutta la Sua bellezza e si nega tramite la barriera seducente del nylon e dell’acrilico. In mezzo, uno spazio di libertà e di poderosa e sensuale seduzione, pelle viva, fresca, liscia e profumata proprio lì, vicino al cuore della femminilità della Padrona che resta sempre coperta, opaca o velata, irraggiungibile. Un desiderio irrefrenabile frustrato dalla bellezza degli accessori sui quali deve dirigersi la vittima di questa inebriante tortura feticista. Ai piedi décollétées nere, sobrie e severe, senza mostrare molto. Sopra il reggicalze una camicia bianca scollata e annodata sopra la pancia, visibile nella sua morbida eleganza.

Fui immediatamente ai Suoi piedi, come l’automa che mi aveva reso ma con una consapevolezza, che mi aveva lasciato e pretendeva non sparisse mai, di compiere un gesto di sottomissione. Mi aveva addestrato alla perfezione, mi ricordava spesso ridendo, automa nell’esecuzione dei Suoi ordini ma schiavo consapevole ogni volta che dovevo compiere un gesto umiliante. Voleva che ogni umiliazione mi vedesse presente e consapevole. Diceva sempre che quella consapevolezza mi avrebbe reso sempre più Suo e mi avrebbe salvato. Salvato dal baratro di dover subire il dolore fisico che sempre più spesso Le piaceva comminarmi e quello, a volte davvero insopportabile, delle Sue lunghe assenze. Solo la consapevolezza di essere un servo devoto, la cui vita è totalmente consacrata alla Dea, mi avrebbe reso tollerabile la schiavitù. Una schiavitù che invece le continue umiliazioni, la contezza di gesti mai banali come inginocchiarsi e baciare i piedi della Domina mi aiutavano a vivere con serenità e rassegnazione.

Su, fammi sentire le tue unghie schiavo! Mi apostrofò con voce ferma e sensuale. Adora farsi grattare delicatamente le gambe, i piedi e la schiena. Appena arrivo in studio, non appena mi sono inginocchiato, è mio dovere prendermi cura delle Sue deliziose estremità. A volte però non riesco a eseguire tutto nei tempi che la mia Dea immagina. Così quel giorno mi capitò di indugiare qualche istante di troppo con le labbra sulle scarpe e i piedi. Bravo schiavo, così mi piace. Un gemito di piacere, il Suo, che mi appagò in anticipo del dolore che, sicuramente, avrei provato più avanti nella sessione. Adesso sollevati schiavo, voglio torturarti un po’ i capezzoli. Sì Padrona, risposi come un automa e mi sbottonai la camicia. Con un sorriso dai toni bassi e seducenti che usa in contrapposizione a quelli più alti dei comandi, Eccoti qui, totalmente in mio possesso. Come te li tratto io non ce n’è mai stata e mai ce ne saranno. Lo so Padrona, replicai confuso, reclinando il capo. Grattini! Di nuovo la voce salì sul registro alto. È la cosa più difficile non abbandonarsi al piacere che procurano la Sua voce, le Sue carezze, la Sua frusta. Estasiato dal continuo giocherellare delle Sue dita sul mio petto, massaggiavo amorevolmente con le mie unghia le Sue gambe, nei modi e nelle zone che ormai avevo imparato a stimolare e che mi garantivano sempre il piacere di sentire la mia Dea soddisfatta dei miei servizi e il piacere fisico che con le Sue mani, i Suoi piedi, il Suo corpo, la voce e gli sguardi, sapeva procurarmi. 

Nel pieno dell’estasi della tortura, mi ordinò di alzarmi e spogliarmi. Tornai subito ai Suoi piedi in costume adamitico e stavolta sentii le unghia laccate di rosso fuoco sulla mia schiena, affondare in un brivido di piacere fino a quando non entrarono così dentro da procurarmi un dolore seducente. Mi incappucciò il volto, mi mise il collare  e le polsiere e mi portò, tirando il guinzaglio, nella grande stanza in fondo. Conoscevo molto bene la stanza e, sebbene bendato, compresi che eravamo arrivati in fondo, dove ci sono le gabbie. Bene, abbiamo un altro ospite oggi, disse a voce alta. Compresi e sentii la presenza di qualcuno. Il rumore del bambù mi confermo che eravamo arrivati in fondo, Entra, mi disse. Eseguii e richiuse la gabbia dietro di me, non prima di avermi legato alle sbarre con le catene che pendevano dalle polsiere e che assicurò con dei moschettoni. Ero in ginocchio, scomodo e spaventato. Sentivo respirare a destra e a sinistra, compresi che dovevamo essere almeno tre ma non immaginavo chi fossero e in quali condizioni versavano le altre vittime. Sentii i Suoi tacchi allontanarsi e di nuovo, dopo il breve smarrimento, il mio pene si risveglio al suono della musica sublime dei tacchi della mia meravigliosa Despota.

La sentii tornare e restai in silenzio. Fossi stato solo avrei probabilmente invocato il Suo nome ma così, esposto insieme ad altri oggetti mi sembrava di non avere diritto alla parola. Restai in silenzio, così come gli ospiti. Era vicina ormai e all’improvviso sentii un gemito femminile alla mia sinistra che si trasformò rapidamente in un lamento di dolore e poi in un canto di gratitudine pieno di sofferenza. La stava sicuramente trattando e preparando all’obbedienza. Poi venne da me, non disse niente, aprì il cancello, prese il guinzaglio e mi tirò fuori dalla gabbia. Eravamo tutti vicini, avrei detto dal lato opposto, in prossimità del trono. Mi fece inginocchiare carponi con la testa rivolta verso il basso e la sentii armeggiare con qualcosa di rumoroso. Mi frustò ripetutamente e mi intimò di restare totalmente immobile, lo stesso ordine lo impartì a qualcuno alla mia sinistra.

Quando mi sistemai nella posizione che desiderava, cominciai a intuire cosa stesse facendo, anche dalla istruzioni che stava dando alla donna. Sentii la morsa del legno sopra e sotto il mio collo e compresi che ci aveva messi in un giogo come una coppia di buoi da soma. Il lucchetto si chiuse per imprigionarmi nella più crudele umiliazione che mai mi avesse impartito. Volle completarla togliendomi la maschera. Adesso potevo vedere davanti a me delle scarpe chiuse in punta con cinturino sul tallone. Erano di colore blu, la punta trasparente con una trama arabescata con temi floreali e dei cuori. I Suoi meravigliosi piedi esposti dopo forse un’ora di benda, nella posizione che non lasciava alcuna possibilità di movimento e così mortificante, mi causarono un’erezione immediata. Si spostò sul lato, forse per controllare e, ridendo, mi diede del maialazzo e mi colpì ripetutamente con il frustino. Alternava i colpi a me e al compagno di sventura e andò avanti per diversi minuti. Sentivo il suo lamento alternarsi al mio, sentivo il dolore, tanto dolore, ampliato dalla totale impossibilità di muoversi causata dal giogo. Nessun movimento del corpo per assorbire i colpi che scaricavano tutta la loro potenza, Mistress Elvira è una donna che sa essere molto energica, nel punto in cui la Despota intendeva colpire. 

Sfinito dai colpi, che evidentemente servivano ad azzerare completamente la volontà, restai totalmente inerte e rassegnato. Bene, adesso che vi ho acconciati come le bestie che siete, vi manca solo un dettaglio. Su, riempi i culi di queste due vacche. Diligente, la schiava unse prima me e poi l’altro schiavo e ci penetrò senza troppe cautele, nè perizia. Sentii il fallo dentro di me e provai un brivido e una soddisfazione perversa, al sapere che quella situazione di totale immobilità, completata dal fallo nel culo, era quello che Mistress Elvira voleva da me. Con la coda dell’occhio vidi la schiava scavalcare il giogo e mettersi in mezzo a noi, proprio davanti al trono, dove la Padrona si era intanto sistemata e aveva allargato le cosce, appoggiando il tacco superbo sulla mia testa e immagino su quella dell’altra vacca. Ero eccitatissimo, mi bruciavano la schiena e i glutei, il collo era indolenzito, le ginocchia sofferenti ma ero felice come mai in vita mia. La mia Padrona mi stava usando. Vedevo adesso la schiava molto bene alla mia sinistra, aveva dei fianchi molto sinuosi e un seno morbido e invitante che osservavo pendere verso il basso mentre dietro i lunghi capelli mori la intuivo assaporare il gusto divino della Padrona. Non potevo girarmi e del resto avevo il tacco piantato sulla testa. Di tanto in tanto, fra un gemito di piacere e un ordine alla schiava su come e dove muovere la lingua, Mistress Elvira colpiva con la frusta lunga di corda, a volte me a volte l’altro armento. Ebbe un paio di orgasmi, prima che ordinasse alla schiava di spostarsi. A quel punto ci fece sollevare, contemporaneamente e con tutta la difficoltà di sincronizzare i movimenti, rimanendo sempre sulle ginocchia ma ad un altezza tale che potesse farci annusare l’odore paradisiaco del Suo orgasmo. Fisicamente distrutto, mentalmente prostrato, mi sentii sopraffatto dall’odore e mi liberai in lacrime di emozione. Bene, disse la Padrona, prendendomi i capezzoli fra le dita e regalandomi uno dei momenti più intensi. Adoro sopraffare i miei schiavi fino a ridurli in lacrime. Non siete niente se non miei schiavi, non dovete nemmeno pensarvi come individui, solo oggetti per il mio piacere.

Con l’aiuto della schiava ci liberò dal giogo e ci fece allungare sotto il trono a faccia in su. Appoggiò un piede sul mio volto e uno sul volto dello schiavo, mentre la schiava continuava a muovere il fallo nei nostri culi, mentre noi cominciammo a masturbarci su ordine della Padrona. Poi diede le disposizioni per l’orgasmo finale collettivo. Ero disteso per terra, la schiava sedette su di me e mi ordinò di leccarla, lo schiavo a quattro zampe di fronte a me lo prese in bocca e cominciò a succhiarmelo mentre dietro di lui Mistress Elvira lo penetrava con lo strap-on dopo avergli legato un vibratore elettrico al pene eretto. La schiava era eccitatissima e io godevo del suo odore e del suo sapore mentre mi accarezzava con perizia e dolcezza il petto. La Mistress ordinò che godessimo tutti insieme al conto di dieci. Con puntualità inaspettata, favoriti dall’attrezzo elettrico che comandava l’orgasmo del primo, portandolo alla frenetica azione sul mio pene. Fui travolto dal piacere che riversai con la mia lingua sulla schiava e venimmo all’unisono al conto di dieci, per la soddisfazione della mia Padrona. Restammo tutti così per qualche momento senza una parola. Fummo tutti bendati di nuovo e su ordine della Padrona, uno ad uno, ci rivestimmo e andammo via. Ebbi l’onore di essere congedato per ultimo. Mi gettai ai piedi della Padrona grato e innamorato più che mai e Le dissi solo che era stato bellissimo e che diventare il Suo schiavo e accettare tutto da Lei era la cosa più bella che mi fosse mai capitata.

Punizione esemplare

Scritto da: Giacinto

Pubblicato da: Elvira Nazzarri (i racconti sono espressioni di fantasia in prosa)

La Padrona era seduta sulla scrivania, sguardo duro, mani appoggiate sul bordo, unghie smaltate di rosso, curate e ben affilate.

Indossava una camicetta bianca, generosamente aperta per mostrare un intimo di pizzo nero, e una gonna grigia corta sopra il ginocchio. Le gambe accavallate erano fasciate da un paio di calze nere velatissime e terminavano in un paio di decolletè nere tacco 12.

Lo schiavo era ai suoi piedi, in ginocchio, nudo come un verme, con lo sguardo rivolto alla punta delle scarpe della Padrona.

“Allora cosa devi confessarmi di tanto importante?” gli chiese la Padrona con voce stizzita.

“Ecco mia Padrona, io …. Io … devo…”

La voce dello schiavo era esitante, intimidita da quello che stava per confessare.

“Sbrigati! Non farmi perdere tempo! Dimmi quello che devi dirmi o devo fartelo uscire a scudisciate?”

“Vede Padrona ieri sera… a letto… pensavo a Lei … ma non come la mia padrona… La immaginavo legata al letto e io le leccavo la fica aperta e depilata e… continuavo a leccarla fino a che Lei ha avuto un orgasmo e ha inondato la mia faccia dei suoi succhi…. Allora mi sono alzato sopra di Lei e mi sono masturbato fino a venire su di Lei”

Lo schiavo emise un sospiro e concluse: “Merito di essere punito, lo so che non posso masturbarmi se Lei non me lo comanda, ma…, è che Lei è così …” non riuscì a finire la frase. 

Aveva alzato gli occhi e aveva visto il suo sguardo.

Aveva capito che aveva sottovalutato la sua già grave mancanza e che la reazione della Padrona sarebbe stata terribile.

Lo sguardo della Padrona era brace pura. Lei resto in silenzio per alcuni minuti.

Allo schiavo, in attesa delle sue decisioni, sembrò che fosse passata una era.

“Alzati in piedi ora, lurido verme schifoso”

Obbedì.

La mano della Padrona si mosse e gli afferro con durezza i testicoli stringendoli e tirandoli a sé.

Una smorfia di dolore fece capolino sul viso dello schiavo.

“Una fantasia così volgare, impudente e irrispettosa verso la tua Padrona merita una punizione esemplare; il tuo corpo sarà una cosa sola con il dolore, dolore che prenderà pieno possesso della tua mente e non sarai nient’altro…”

Così dicendo, aumentando la stretta della sua mano, letteralmente lo trascinò fino alla sala delle punizioni.

Fissò le cavigliere e un tipo di polsiere che gli impedivano di aggrapparsi alle corde e lo legò a croce con le gambe ben divaricate. Poi, mediante tiranti, fece in modo che solo la punta dei piedi toccasse terra.

“… e affinchè sia di esempio per tutti i vermi del tuo stampo, accenderò le telecamere e la manderò in streaming; che tutti la possano vedere!”

Umiliazione si aggiungeva alla prossima sofferenza!

Si allontanò e tornò con uno strano attrezzo.

“Questo è il Nano Nero; una scultura di ebano a forma di nano che sulla testa porta un cuneo. I primi 4 cm servono per facilitare l’inserzione e hanno un diametro di soli 3 cm, ma dopo il diametro si allarga sempre più: dopo circa altri 4 cm il diametro diventa di 5, dopo altri 4 di 7 cm e poi sempre di più. Un meccanismo a cremagliera alla base consente di regolarne l’altezza.”

La Padrona posizionò la Nano Nero fra le sue gambe e regolandone l’altezza spinse tutti i primi 4 cm dentro il suo sfintere. Poi si posizionò davanti allo schiavo e disse: “ora cerca di restare ben saldo sulle punte dei piedi”.

E nel dirlo rilasciò la tensione delle corde che lo tendevano verso l’alto

Un lampo di terrore passò negli occhi dello schiavo.

“Hai proprio capito bene verme; ora solo la forza delle tue gambe può impedirti di impalarti; più resti in punta di piedi e meno soffrirai, ma non resisterai per tanto, vedrai che arriverai almeno fino agli 8 cm! …. Intanto io vado a cambiarmi per il prosieguo dello spettacolo… divertiti!”

In effetti non poteva reggere molto. Dopo alcuni minuti le punte dei piedi divennero doloranti e cominciò a scendere lungo il palo sempre più largo. Si ritirò sulle punte per dare sollievo allo sfintere, ma poi dovette cedere un’altra volta scendendo sempre di più. L’altalena dei movimenti continuò per un buon quarto d’ora; in pratica si stava scopando da solo nel culo dilatandosi sempre di più.

Alla fine cedette del tutto e appoggio i piedi a terra.

Lo sfintere doleva come non mai ed il dolore si irradiava lungo tutta la colonna vertebrale. Probabilmente, come aveva detto la Padrona aveva raggiunto, e forse superato, il punto degli 8 cm di diametro.

La Padrona ritornò. Indossava solo un body di pizzo con le giuste trasparenze, quelle che fanno immaginare tutto, ma non lasciano vedere niente, un paio di guanti neri fino all’avanbraccio ed un paio di stivali alti fin sopra il ginocchio con un vertiginoso tacco di metallo estremamente sottile ed appuntito.

“Hai finito di scoparti puttanella?”

“Vedo che sei sceso ben in basso, altro che 8 cm, mi sa che hai passato i 9; l’ho sempre detto che sei solo una gran troia!”

Prese due morsetti per capezzoli, glieli mise, li legò fra di loro e li fisso ad un gancio sul soffitto tendendoli fino a che non vide il limite dello schiavo.

Legò una corda ai testicoli e li tese fino al massimo fissandoli ad un gancio del pavimento.

“Bene, ora sei teso a puntino… se vuoi puoi lenire la sofferenza dello sfintere e dei capezzoli rimettendoti sulle punte dei piedi, ma ti strapperesti le palle! … oppure puoi flettere le gambe cosicchè i testicoli possano respirare, ma faresti aumentare la sofferenza delle altre due parti. Ti consiglio di restare il più fermo possibile qualunque cosa ti accada…”

Un sorriso e un lampo di gioia le passarono negli occhi. Cominciava a divertirsi e a eccitarsi.

I morsetti ai capezzoli, a cui lo schiavo era particolarmente sensibile, e il profumo dell’eccitazione della Padrona, che riusciva a percepire, fecero effetto e il suo membro si inturgidì vistosamente.

“Toh!!…” disse la Padrona, “… ecco un fuori programma, mi hai fatto venire una idea ….”

Accese una candela, aspetto che la cera cominciasse a fondere e poi, goccia dopo goccia, ricopri completamente il membro dello schiavo.

Al dolore provocato dalla cera calda, a causa delle contrazioni a cui il suo corpo teso era sottoposto, si aggiungevano le trazioni ai capezzoli e ai testicoli e le contrazioni dello sfintere attorno a quel mostruoso palo che lo sfondava.

“Ora passiamo ai miei oggetti preferiti: le fruste… comincerò a scaldare il tuo fondo schiena con il nerbo di bue…Tu conta i colpi!”

Inizio a ritmo lento, con colpi trattenuti anche se ugualmente dolorosi; poi la frequenza e la forza dei colpi andarono crescendo sempre più mentre il culo dello sventurato si striava di rosso.

Le urla e la conta delle frustate si susseguivano una all’altra, mentre il dolore procurato a capezzoli, testicoli e sfintere cominciava a diventare insopportabile.

Arrivati a 50 la Padrona smise e si allontanò

Che il supplizio fosse finito?

Si sbagliava.

Ritorno con l’ultimo suo giocattolo: una bullwhip di cuoio con anima di metallo denominata La Coda del Diavolo.

Si sciolse i muscoli del braccio facendola scioccare un paio di volte, poi disse: “conta” e cominciò a frustarlo facendo in modo che la bullwhip si avvinghiasse tutta intorno a suo tronco.

Man mano che cresceva il numero delle frustate, man mano aumentava la forza delle stesse.

Il tutto accompagnato dalle urla sempre più alte e strazianti dello schiavo, mentre la Padrona lo apostrofava dicendogli: “erano così i tuoi gemiti di piacere mentre ti masturbavi pensando al mio sesso aperto?”

Lo schiavo non rispondeva; riusciva a malapena a contare il numero delle frustate; il dolore si era totalmente impossessato del suo corpo e della sua mente.

Arrivati a 100 colpi smise e cominciò a girargli intorno rimirando la sua opera.

“Sono proprio soddisfatta…, disse, e con le unghie affilate lo accarezzò sul petto e sulla schiena.

Non un lamento uscì dalla bocca dello schiavo, non aveva più forza per urlare.

Gli tolse i morsetti dai capezzoli, la tensione dai testicoli e lo issò sulle punte dei piedi per estrarre il Nano Nero; poi lo lascio sfinito a terra.

Dopo 10 minuti, seduta sul suo trono regale lo chiamò: “Verme vieni di fronte a me in ginocchio”

Spinse i tacchi metallici dei suoi stivali contro i capezzoli dello schiavo; questi martoriati come erano gli provocarono un dolore intenso, ma piacevole.

Come detto quello era un suo punto sensibile e grazie alla pressione dei tacchi e al profumo di donna eccitata che emana dal sesso della Padrona, il suo membro si ravvivò e si inturgidì di nuovo.

“Schiavo hai imparato la lezione?… Da ora in avanti ti masturberai solo davanti a me, quando lo dirò io e raccoglierai la tua sborra in questa ciotola che poi leccherai fino all’ultima goccia”

“Si Padrona” fu la sua semplice risposta.

Allora adesso puoi masturbarti.

Bastarono pochi movimenti della mano sul suo cazzo duro e sborrò copiosamente.

Poi, come gli era stato ordinato, lecco tutto fino all’ultima goccia.

 

La terapia

Scritto da: Arci

Pubblicato da: Elvira Nazzarri (il contenuto dei racconti è espressione in prosa di natura fantastica )

La fine della storia con V. aveva avuto effetti devastanti sula mia mente. E sul mio corpo.
Infinite le notti insonni, gli attacchi d’ansia, i mal di pancia innescati da un piccolo casuale frammento di ricordo e poi esplosi ripensando a quell’universo perduto.
Eppure i fatti erano questi. Una drammatica incapacità di relazionarsi con l’altro sesso, come se tolti i cardini a una porta questa anziché cedere non si potesse più aprire.
E poi, insieme alla speranza di un aiuto esterno, efficace, qualificato, definitivo… sei arrivata tu.

La sala d’aspetto non è molto diversa da quella di un qualsiasi altro ambulatorio. Certo a guardarla bene, un po’ retrò, l’arredamento dai contorni un po’ spigolosi rimanda agli anni settanta, ma la sensazione precisa è che nessun dettaglio sia lasciato al caso. Un piccolo tavolo in mogano, un vaso pieno di fiori freschi, fresie, che lusso!, riviste patinate che proiettano nel silenzio della stanza, la bellezza e lo sfarzo di modi di vivere da molti solamente anelati.
Poi si apre la porta. L’assistente della dottoressa è di una avvenenza imbarazzante. E’ alta bionda e morbida nell’aspetto esteriore. Gelida, nell’invito che mi fa ad accomodarmi nello studio profumato dello stesso profumo dei fiori, e in penombra. Sia la dottoressa che lei mi accolgono indossando un camice bianco. L’assistente però ne sembra contenuta, non indossa altro e le sue forme, la sua lingerie, la sua pelle, si intuiscono nitidamente uniche sotto di esso, e distraggono dall’altra presenza che subito pare mi richiami all’ordine dal centro della stanza.
La dottoressa.
La professoressa si manifesta subito sorridente, accogliente e rassicurante. Avanza verso di me esortandomi a lasciare il cappotto nelle mani dell’infermiera invitandomi a sedere sulla poltrona davanti alla sua scrivania. Come se mi volesse subito più vicino. La dottoressa indossa il camice aperto davanti quasi avendone fastidio, tanto è elegante il suo vestito e il suo portamento sotto di esso. È cosi diversa dall’assistente.
Mi stringe la mano e ci sediamo. Fa segno anche all’ancella di sedersi alla sua postazione sul lato più buio della stanza, dietro a uno schermo di computer da cui riemergerà dopo nel più imprevisto dei modi. La dottoressa nel segno all’apparenza banale che da, ha la perentorietà di un ordine, di cui sul momento non giustifico l’asprezza.
Usa la voce come un terzo braccio con cui fare le cose: la alza, la abbassa, la addolcisce; la increspa con una padronanza studiata che tutto fa obbedire al suono delle sue corde.
Io invece a fatica metto insieme quattro parole confuso dai sensi. Mi sorride dimostrando di capire il mio imbarazzo. Ma non so se capisce davvero.
È bella, eterea, perfetta. E soprattutto consapevole di questa bellezza: sicura di essa. Procede con la tranquillità di chi ha già vissuto mille volte questa situazione e piano piano se ne re-impadronisce con gusto, ogni volta. Non sbagla niente: né un sorriso, né una parola, né un gioiello, né un colore. Mi parla e mi chiede di parlare da una postura elegante e impeccabile nella sua gonna retta che non mortifica anzi esalta la sua esile femminilissima figura. Non è seduta, ma sembra solo leggermente appoggiata alla sua poltroncina di velluto. Da questo momento le sue gambe diventano il mio chiodo fisso e non voglio né riesco a resistere alla tentazione di guardarle non appena ne ho occasione. Avidamente percorro quella linea dolce e sfumata dal nylon, che dal tacco della sua scarpa di vernice chiara risale fin verso la piegatura della gamba accavallata sull’altra. Piccoli movimenti che trasudano sensualità. Io non la immaginavo così giovane, e a un certo punto per spiegarle il mio imbarazzo arrivo perfino a confessarglielo. Sorride e non ci faa caso mentre mi ordina, si ho scritto ordina, di togliere la camicia per prendermi la pressione. D’improvviso mi sento fuori luogo, inadatto a mostrarmi di fronte a due donne cosi belle e più giovani di me. Lo capisce e per stemperare mi dice:” Coraggio, si rilassi e non si faccia problemi, siamo abituate.. non è vero Ambra?” Lei la segue a memoria e “…a ben altro” risponde.
Mi sembra subito evidente che entrambe non vogliono mettermi a mio agio, ma solo farmelo credere, per uno scopo che adesso non riesco ancora a decifrare. Intanto io le ho obbedito e mi ha misurato la pressione non disdegnando di ammiccare ad Ambra una battuta sul motivo di una massima così bassa. Mi stupisce come a volte sembra lei la voglia prevaricare, e a volte sembrano complici in un gioco appena iniziato che comincio ad intuire, senza immaginare fin dove.
“Bene, adesso prendiamo qualche misura! Ambra vuoi essere così gentile da aiutarlo a svestirisi ”
L’anamnesi si è appena conclusa.

Ambra ha una luce strana negli occhi, sembra una creatura docile ed ubbidiente, ma allo stesso tempo… piena di fantasia. Mi indica un angolo della stanza dove c’è uno sgabello, e una di quelle bilance da studio medico.
“Adesso si spogli completamente. La devo pesare”
Provo a reagire: “che bisogno c’è di togliere tutto?”
Ambra non si scompone ma volge lo sguardo direttamente alla dottoressa. Il tono della sua risposta è una sferzata… la prima di questo pomeriggio.
“Vorrei non dover discutere con lei ogni momento il mio protocollo di visita! L’altezza, il peso e i parametri morfometrici vanno presi sul paziente nu-do, è chiaro? La pregherei di non discutere, oggi non sono dell’umore…Ambra procedi.”
Ambra con aria di nervosa impazienza mi tende una mano nel gesto di prendere i miei indumenti. Mi tolgo i pantaloni e i calzini, glieli passo, poi mi fermo, e sollevo per un momento gli occhi, ad implorare un’ultima volta pietà. Lei fa una smorfia, mi si mette alle mie spalle si piega leggermente e con un gesto secco mi sfila i boxer lasciandomi nudo davanti al suo sguardo che, finalmente soddisfatto, licenzia nuovamente un sorriso.
Provo a coprirmi.
Scoppiano di nuovo entrambe in una risata. Poi la dottoressa si ricompone, si fai ancora una volta dolce e si avvicina.
“Capisco che per voi uomini mostrarsi così possa essere spesso un problema, ma se accetterà i miei suggerimenti terapeutici supererà progressivamente questi complessi e molti altri, in un percorso di definitiva liberazione sessuale.”
È a un passo da me, percepisco il suo profumo, mi afferra le mani e me le porta sui fianchi.
“E’ fondamentale per la mia terapia che io possa conoscere sempre il suo stato emotivo reale, quindi è un bene per tutti e due , anzi tre, che io … e la mia assistente… possiamo sempre vedere la presenza e la consistenza delle sue … diciamo reazioni.. di cui la mia assistente terrà opportuna considerazione, non è vero cara? Per cui non provi mai più a coprirsi in nostra presenza.”
Ambra non ha smesso un minuto di fissare il mio sesso che per la verità mostra già qualche segnale di impazienza motivato, immagino dalla “stravaganza” della situazione. Nel frattempo ha indossato dei guanti in lattice. Guardandomi fisso negli occhi e senza troppi preamboli lo afferra, lo soppesa, infligge due-tre rapidi colpi di va e vieni sull’asta, stringe e allunga lo scroto. Si gira verso la dottoressa e dice: “nella norma”.
La professoressa le fa segno di procedere, lei diligentemente mi fa salire sulla bilancia, mi prende altezza peso circonferenze ecc.
La dottoressa è seduta davanti a me, con una postura regale, una bellezza essenziale. La sua voce dolce e penetrante mi potrebbe convincere di ogni cosa, anche di trovarmi in una situazione normale.
“Bene, adesso che la vedo più a proprio agio, mi cominci a raccontare di questa esperienza che tanto l’ha fatta soffrire”
“Devo risponderle così?” Alludo al fatto di esser nudo davanti a lei, mentre Ambra è tornata alla sua postazione e compila una tabella con i miei numeri. Intravedo con la coda dell’occhio le sue gambe avvolte nel nylon chiaro sotto la scrivania mentre la sento digitare sulla tastiera.
“Certo! Forse non ha capito che il nostro compito è quello di decifrare le sue reazioni, per indirizzarle nella maniere più opportuna, perché riacquisti il suo benessere psico-fisico. Per ottenere questo, deve trovarsi in uno stato di assenza di filtri, di mediazione, e di totale fiduciosa obbedienza alle mie istruzioni”
Mi piace tanto, troppo per frapporre ulteriori resistenze. Sono quasi ipnotizzato dalla situazione. Inizio a parlare della mia relazione naufragata, dell’intesa sessuale meravigliosa e poi perduta, del fallimento. Alludo al piacere derivato dalla sottomissione fisica sempre praticato a voce, mai a fatti. La dottoressa a quel punto si alza, mi gira intorno e mi sfiora con studiata lentezza. Poi si ferma accanto e mi posa una mano su un gluteo.
“Bene, adesso passiamo alla parte sensoriale della visita”
Ambra si è alzata ed è andata a sistemare lo schienale di un lettino medico che pensavo esistesse solo negli studi ginecologici. Avvicina un carrello con un apparecchio da cui pendono cavi e sensori tipo elettrocardiografo. Quando ha finito mi fa cenno di avvicinarmi.
Mi siedo, ed identifico in questo momento l’ultima libertà dei miei arti inferiori e superiori. Ambra infatti sotto il tuo sguardo vigile e compiaciuto mi fissa prima le caviglie, poi i polsi ed infine il torace al lettino. Mi trovo immobilizzato, quasi sdraiato ma con gambe aperte e sollevate, ancora una volta alla completa mercè dei loro sguardi. Ambra una volta finito si lascia scappare una carezza sul mio petto. Poi inizia a pinzarmi ovunque questa maglia di sensori collegati allo strumento.
“La sottoporremo ad una serie di stimoli prima uditivi, visivi… e poi sempre più sensoriali, per valutare le sue reazioni. Comincerò con una serie di domande che forse troverà un po’ crude ma che sono fondamentali per stabilire le sue soglie di eccitazione di base”
La dottoressa riguadagna la sua poltrona di fronte a me e mi regala nuovamente la visione del tuo corpo lascivo e severo. Delle sue meravigliose gambe accavallate e scoperte ad esasperare il mio desiderio. Della sua voce che mi sfonda il cervello. Ambra ha acceso la strumentazione e ri-indossato un guanto nella mano destra. La sinistra è distrattamente e mollemente appoggiata sul mio addome. E la cosa non è priva di conseguenze.
La dottoressa se ne accorge.
“Le piace Ambra? Come forse avrà immaginato lei avrà una parte attiva in questo test”
La cosa più stupida che mi viene da dire è “Ah, certo è una bellissima ragazza, molti mi considererebbero fortunato!” ma percepisco di aver detto o fatto qualcosa di sbagliato. Parte la seconda sferzata. La voce è fredda, severa. Lontana.
“Aspetti a dirsi fortunato, gli esiti di questo test hanno spesso valicato ogni limite dell’immaginazione del paziente…”

La giuria

Nella sala conference sono già presenti i due soci anziani Orson e Tito e la stagista. L’attesa sta divorando la giovane donna che, con notevole ansia, sta ripassando gli appunti della sua presentazione. I due uomini stanno attendendo svogliatamente Narciso, il terzo dei tre soci, per proseguire con la concept study sull’Islamic finance nell’UE. Dopo una buona mezz’ora la ragazza percepisce i passi decisi di Narciso sul parquet della sala, lui la supera con una sprezzante occhiata e si siede assieme agli altri di fronte alla ragazza. Una bella ragazza minuta dai capelli rossi, pelle di alabastro e occhioni verdi.

“Inizi pure”, dice Orson, il più anziano dei tre uomini, tutti over 60 e dai capelli candidi. La ragazza timidamente inizia a esporre la sua presentazione. Tito, il bello del gruppo, ma totalmente impedito con le donne si distrae subito con le mail di lavoro e non presta attenzione a ciò che viene detto. Anche Orson è ben poco interessato, non vede l’ora di schizzare fuori dallo studio per andare a giocare a golf. Narciso invece fissa la ragazza con fare inquisitorio, non perché gli interessi granché il tema ma perché gode nel vederla in imbarazzo. Continua a fissarla senza distogliere mai lo sguardo, quando gli cade l’occhio sulle gambe di lei. La giovane indossa delle calze molto velate e un tacco eccessivo.

Scocciandosi delle solite cose già sentite migliaia di volte prende in mano la situazione, interrompendo la ragazza e cominciandola a criticare per il modo in cui si è presentata all’esame. “Le sembra il caso di presentarsi con un rossetto rosso vistosissimo? Non siamo mica a un appuntamento galante! Si guardi allo specchio prima di presentarsi in studio la prossima volta! E vogliamo parlare della gonna cortissima che non lascia ben nulla all’immaginazione! Senta ma che con quali propositi si è presentata oggi? Vale qualcosa o spera di distrarci con il suo aspetto?”

La ragazza diventa rossa in viso dalla vergogna e non sa cosa rispondere a Narciso, l’uomo che incute timore a tutti per il suo carattere scostante, lunatico e irascibile. Anche Tito e Orson rimangono perplessi da questo atteggiamento, ma siccome subiscono molto il carattere di Narciso sono si limitano a guardare la scena.

Narciso si avvicina alla ragazza le strappa di mano i fogli con gli appunti e glieli butta a terra. “Suvvia, li raccolga!”, le ordina con tono svogliato. Lei nell’alzarsi dalla sua postazione non ha il coraggio di guardarlo negli occhi e con sguardo fisso sul pavimento si china per raccogliere i suoi fogli, sentendosi misera e impotente di fronte a questo atteggiamento così prepotente e arrogante.

E’ all’orlo di una crisi di pianto quando sente dietro di se Narciso che le fa dei commenti sulle sue calze. Ebbene sì in quella posizione si nota benissimo che lei indossa delle autoreggenti! Per nasconderle si mette in ginocchio sul pavimento sedendosi sui propri polpacci ma la posizione la rende ancor più impotente.

Cerca con lo sguardo un accenno di pietà da parte degli altri due soci ma non ha nessun riscontro. E’ esposta al divertimento sadico di quest’uomo con una notevole carriera professionale di fronte a due spettatori totalmente di parte. Appena finisce di raccogliere i fogli si alza in piedi senza più riuscire a guardare nessuno. La sua postura è di netta sottomissione.

Narciso si compiace del suo giochino e con una preda inerme decide di spingersi oltre. Le solleva la gonna esponendo le sue natiche ben sode alla vista dei suoi soci e sbottona la camicetta della ragazza, abbassandole il reggiseno per esporre anche il suo seno. Si allontana da lei sedendosi alla scrivania assieme agli altri e dice: “Ora cara, puoi riprendere la tua presentazione, adesso sì che diventa non banale ciò che ci esponi.”

La giovane però non riese a parlare in questo stato… in piedi con seno e natiche esposte. Così Nariciso avvicinandosi a lei si sfila la pochette dal taschino e le toglie il rossetto vistosissimo sbavandolo su tutto il suo bel viso. “ Ora forse riuscirai a sembrare un pochino seria nonostante le parti intime in vista…” e scoppia in una risata diabolica. La ragazza comincia a crollare, tenta di scappare ma mentre raggiunge la porta della sala Narciso la ferma dicendole: “Senti cosa credi che penseranno le segretarie, sembrerai soltanto una zoccola della peggior specie se varchi quella porta. Già ti stanno sparlando dietro tutti in studio per la tue mises da sciacquetta volgare. Vuoi davvero mostrarti così?” La ragazza si rende conto che non sarebbe proprio il caso e torna al suo posto.

Orson e Tito nel frattempo si sono eccitati a dismisura, i loro gessati parlano da soli. La giovane si ritrova in gabbia in mezzo ai leoni! Può solo assecondarli per rendere la situazione meno pesante, opporsi potrebbe soltanto irritare il gran regista Narciso.

Si arrese e chiese a Narciso se poteva in qualche modo rimediare ai suoi sbagli. Narciso compiaciuto le ordina di toccarsi di fronte a loro, carezzandosi in modo lascivo. Lei sale sulla scrivania e comincia a toccarsi a gambe divaricate davanti agli uomini che potrebbero essere benissimo i suoi nonni. Narciso comincia a carezzare le belle gambe velate di lei e intima Tito a violare la ragazza con le dita… Tito inizialmente mostra qualche titubanza ma viene preso per il polso dalla preda che porta la mano di lui tra le sue cosce mentre Narciso introduce le sue dita nella bocca di lei. Orson rimane in disparte a guardare la scena. Era mesi che se la immaginava nuda sulla sua scrivania, certo forse non in questa situazione, è un uomo piuttosto tradizionale.

La ragazza comincia a eccitarsi, dopotutto si era già immaginata di dover soddisfare Tito… che però non aveva mai dato segni di interesse. Tito non era il tipo, mentre Narciso, quello intimoriva tutti a causa del suo carattere prepotente. Dopo qualche minuto Narciso fa alzare la ragazza, le mette le mani dietro la schiena con i polsi uniti tra le gambe e li lega al collo con la cravatta. La ragazza ora è incaprettata a 90 gradi, con sole calze e scarpe indosso… “posizione perfetta per soddisfarci”, dice Narciso. Le scioglie i capelli raccolti e prendendola per la chioma le scopa la bocca con violenza per venirle direttamente in faccia. Tito si dedica a giocare con il culetto della ragazza infilandoci numerose dita, poi anche lui decide di farsi una sega sborrandole pienamente in viso. Orson invece rimane a distanza, sborra nel bicchiere guardando la ragazza usata e umiliata e poi si alza per fargliela ingoiare tutta. Quando finirono, Narciso le disse: “Piano piano imparerai a comportarti come si deve, ti addestrerò personalmente per farci da schiava e oggetto sessuale. Imparerai anche come vestirti e come compiacerci e soprattutto le varie posizioni di sottomissione nei nostri confronti! Per la tua presentazione non ti preoccupare, direi che sei andata benino!” Si ricomposero e uscirono. La ragazza sentì Narciso chiedere alla segretaria di mettere a posto la sala conferenze. L’ultimo gesto di umiliazione per lei quel martedì pomeriggio e solo l’inizio di tanti altri. La segretaria entrò dopo pochi istanti e si ritrovò di fronte la ragazza semi-nuda e ricoperta di sperma.

Vita da schiavo

Scritto da: dasa
Pubblicato da: Elvira Nazzari
(ricordo a tutti che i racconti sono narrazioni in prosa di contenuto fantastico)

Da qualche mese ormai mi aveva completamente privato della libertà. Su Sua disposizione, ci eravamo entrambi trasferiti in un nuovo quartiere, lontano dal mio. Voleva che perdessi contatto con tutta la mia vita precedente: abitare in un luogo dove non avessi alcuna familiarità, mi aveva impedito di avere contatti con i vecchi amici e mi concedeva visite familiari solo in occasione delle festività natalizia. Nel palazzo di nuova costruzione, si era sistemata in un appartamento che Le avevo acquistato mentre io vivevo in un bilocale adiacente al Suo. Avevo anche le chiavi del Suo appartamento che potevo usare solo in caso di emergenza, altrimenti, ogni volta che ricevevo un messaggio dovevo abbandonare qualsiasi cosa stessi facendo e suonare alla Sua porta. Mi mandava messaggi sullo smartwatch il cui numero aveva solo Lei. Avevo anche un altro per comunicare con il resto del mondo ma rigorosamente senza whatsapp. Insomma mi aveva fatto diventare uno schiavo esattamente come aveva descritto nel contratto che mi aveva fatto firmare anni prima. All’inizio era stato un gioco erotico divertente e applicato solo sporadicamente in alcuni passaggi, oltre agli imperativi assoluti che in realtà pretendeva rispettassi anche prima della firma. Col tempo però aveva cominciato, casualmente o sotto forma di suggerimento di praticità, ad applicare più regole. Quando mi accorsi che di fatto stava applicando il contratto alla lettera, incluso il controllo continuo da parte sua della mia posizione, che poteva richiedermi in ogni momento, era ormai troppo tardi. Non ero più in grado di sottrarmi e il Suo controllo sulla mia vita era diventato totale. Non potevo più ribellarmi. Per ovvie ragioni, in un rapporto di sottomissione, si stabiliscono dei limiti, esplicitamente o con brevi segnali che si mandano da una parte o l’altra. In alcuni casi mi sottolineava, magari in un momento in cui mi trovava più vulnerabile, che si aspettava di più o da parte mia qualche timida disobbedienza a segnalare un limite ancora invalicabile. È normale: dichiarare farò tutto quello che vuoi o non avere limiti, in un contesto di femdom professionistico, sarebbe stato eccitante da dire in sessione, poco credibile nella normalità della vita di ogni giorno. Mistress Elvira ne era ben consapevole e non aveva mai forzato la mano su aspetti per i quali non mi percepiva pronto. Tuttavia, certa che il mio corpo e il mio spirito Le appartenevano, una consapevolezza che ebbe molto prima di me stesso, assecondò le mie esigenze di libertà per limitarle progressivamente, fino al punto di non ritorno.

 

Il punto di non ritorno fu un pomeriggio in cui mi avvisò che sarebbe venuta a cena da me. Mi inventai un improvviso disturbo fisico per rinviare la cena con partita con gli amici e preparai la cena per Lei. Era sabato sera e, contrariamente ad altre circostanze simili in cui si era poi fatta riaccompagnare a casa, mi informò che sarebbe rimasta a dormire da me. Nessun contatto, nessuna pratica, solo asservimento totale e incondizionato. Mi sfrattò dalla camera, impossessandosene e relegandomi al divano letto nell’altra stanza. L’ unica concezione al BDSM, nelle quindici ore in cui restò a casa mia, fu l’onore di essere utilizzato come gabinetto al mattino. Non fu facile. Mistress Elvira si sveglia molto presto al mattino, ancor prima di me che sono già mattiniero. Venne semplicemente nella mia camera e alzò le tapparelle. Con gli occhi accecati dalla luce vidi il Suo corpo meraviglioso abbassarsi su di me per un attimo, giusto il tempo di farmi desiderare qualsiasi cosa. Poi mi bendò, mi ordino di aprire la bocca e sentii la Sua urina, sapida come sempre al mattino, sgorgare nella mia bocca. Mi concesse di liberarmi a mia volta e mi assegnò compiti precisi da cagnolino di compagnia. PrepararLe il bagno, insaponarLe la schiena, asciugarLa, preparare la colazione, giacere come poggiapiedi mentre leggeva le notizie del giorno e restare a disposizione per un’ordinaria pigra routine domenicale. Quando fu il momento di andar via, lasciandomi eccitato da sentire l’odore del mio pene lubrificato anche con i pantaloni addosso, peraltro macchiati da un leggero alone per gli stimoli continui, mi disse semplicemente: oggi hai fatto la prima lezione per imparare come comportarTi da adesso in poi. Inginocchiati, baciami i piedi e attendi istruzioni, non si gioca più. Le istruzioni arrivarono in serata ed erano essenzialmente quando descritto all’inizio di questo resoconto. 

 

Così, un giorno mentre leggevo comodamente in poltrona, ricevetti un messaggio vocale: vieni subito, ho voglia di giocare un po’ con te prima di uscire per lavoro. Mi venne duro immediatamente, era quello che avevo sempre sognato, schiavo totale dal mattino alla sera, nessun diritto, nessuna vita di coppia, un’autentica e inappellabile schiavitù. Entrai in casa pochi secondi dopo. Mi rinchiusi alle spalle la porta e la vidi appoggiata alla scrivania del salone. Come ai tempi degli incontri nel suo studio, amava farsi trovare appoggiata con i glutei alla scrivania, ben visibile appena avessi aperto la porta. Era un po’ il segno del Suo dominio e non mancavo mai di ringraziarLa commosso per la concessione immancabile di quel piacere. Aveva indosso una giacca color avana e delle calze velate color carne. Décollétées nere a spillo con suola rossa. Non indossava la gonna. Sorridendo mi chiese se pensavo che andasse bene andare a una riunione di lavoro così o se mancasse qualcosa. Sei sempre perfetta mia Divina Signora, non è utile chiederlo a me. In effetti, per quanto mi sforzassi, mi era impossibile giudicare alcunché del Suo aspetto o del Suo operato. Soprattutto sul piano psicologico, la nuova dimensione di servo mi aveva fiaccato e annientato. Prima che diventassi il Suo oggetto nella vita reale e che cominciassi a vivere secondo la lettera del contratto, avevo un po’ il timore che il desiderio potesse scemare col tempo e che la continuità potesse logorarmi, lasciando spazio a fantasie diverse. Sorprendentemente, era riuscita a controllare totalmente i miei desideri: l’uso di parole chiave, cambi di tono di voce, movimenti del corpo, sguardi tutti mirati ad annientare la mia volontà. Mi aveva totalmente inebetito, Le parlavo sempre con tono dimesso in qualunque circostanza. Era riuscita a modellarmi, forte probabilmente anche del fatto che mi aveva tolto tutto ciò che potesse farmi pensare di avere un vita oltre la schiavitù. Avevo solo a disposizione il lavoro, funzionale a garantirLe il tenore di vita desiderato. Il denaro mi era accreditato su un conto cointestato e solo Lei aveva le carte di credito. Potevo usarLe su ordine preciso per andare a prelevare al bisogno perché non gradiva. 

 

Vieni qui, spogliati e inginocchiati schiavo. Obbedii come sempre come un automa. Cominciò a giocare con i capezzoli, portandomi a quello stadio di estasi arrendevole che desidera per giocare con me. Quando la luce dei miei occhi si spense, mostrandoLe il totale annientamento fisico, mi chiese di seguirLa. Si mise a sedere sul divano e allargò le cosce. Senza dirmi una parola, toccò la mia testa spingendola leggermente verso il vuoto che aveva creato davanti a me. Le strinse immediatamente e sentii che incrociava le gambe dietro di me. Mi tenne stretto fra le Sue cosce potenti e tornite. Avevo il pene durissimo e facevo fatica a respirare. Per la prima volta nella mia vita, mi sembrò di comprendere il piacere che provano le persone che amano sessioni di wrestling. Sentivo il fruscio irresistibile e la carezza autoritaria delle calze, la forza dei Suoi muscoli tonici e la morbidezza della donna attanagliarmi in una morsa implacabile. Le mie mani, che prima avevano a lungo accarezzato con le unghia la parte esterna delle cosce, cominciarono a perdere forza, demoralizzate e rassegnate. Istintivamente le portai dietro la schiena come legato. Si mise a ridere, Come fai a sapere che voglio legarti, mi chiese. Risposi timidamente, sono il Tuo schiavo. Allentò la presa, La guardai innamorato come un cane della Sua padrona, godetti del morso delle Sue dita sui miei capezzoli e mi lasciai docilmente legare le mani dietro la schiena. Mi fece appoggiare il tronco sul divano, un tacco ben piantato sulla schiena, il cui marchio sapevo che avrei portato per giorni, e cominciò a colpirmi col frustino. Cinquanta colpi sulle natiche mentre il tacco affondava sempre di più. Quando terminò il trattamento ero sfinito ed eccitato. Adesso devo andare, torno fra circa tre ore ma prima dobbiamo fare una cosettina. Tirò fuori quanto non avevo mai visto ma di cui mi aveva già parlato. Una gabbietta per il pene in silicone con lucchetto. La assicurò con l’anello nei testicoli e mi fece infilare il pene dentro. Chiuse il lucchetto con la chiave e mi guardò con un sorriso ironico mentre la infilava nel taschino della giacca. Una mano appoggiata sul petto e un’altra che mi accarezzava il viso, guardava il mio membro in erezione costretto dalla cintura di castità mentre una smorfia di dolore si dipingeva sul mio viso. Come vedi è meglio che non pensi troppo alla Tua Padrona finché non sarò tornata per ilberarti. L’amavo alla follia ed ero Suo, come fare a non pensare a Lei e come evitare di eccitarmi? È quello che avrei provato a fare fino al ritorno di quella che, ormai in senso proprio, chiamavo la mia Padrona.

La punizione della scrofa

Scritto da: schiavo amos
Pubblicato da: Elvira Nazzari
(ricordo a tutti che i racconti sono narrazioni in prosa di contenuto fantastico e non sono istigazioni alla violenza)

Stava chiudendo la saracinesca del negozio quando due uomini le furono addosso. Uno le mise un cappuccio e l’altro la prese di forza alle spalle e la buttò dentro il furgone parcheggiato davanti al negozio. Non ebbe nemmeno il tempo di urlare, uno dei due uomini la schiacciava a terra senza farla respirare con un ginocchio mentre l’altro le legava i polsi saldamente con una corda.

Le legarono anche le caviglie e poi la lasciarono sul duro pavimento in ferro del furgone e partirono. Viaggiarono a lungo e a un certo punto la donna sentì che la strada diventava sconnessa, due curve la fecero sbattere con violenza contro le pareti del furgone, poi poco dopo il furgone si fermò.

Sentì dei passi all’esterno poi il rumore del portellone che si apriva e l’aria fredda della notte la investì. La trascinarono fuori dal furgone e uno dei due uomini se la caricò in spalla. Entrarono in un edificio e poi, dopo aver sceso le scale, sentì che aprirono una porta e la buttarono per terra senza complimenti. Uno dei due le tolse il cappuccio e vide che i due uomini indossavano un passamontagna, era terrorizzata e a fatica provò a formulare una richiesta di spiegazione. La ignorarono e dopo averla liberata dalle corde le misero due ceppi di ferro ai polsi chiusi con due lucchetti e la incatenarono ad un robusto gancio fissato al soffitto, le fissarono una ballgag in bocca e senza dire altro uscirono dalla stanza.

Rimase li sola nel silenzio più totale, rapita e portata chissà dove non riusciva a darsi una risposta di cosa le stesse succedendo e perché. L’angoscia l’attanagliava.

Poi sentì dei passi che si avvicinavano e la porta che si spalancava. Una donna dai lunghi capelli corvini raccolti vestita elegantemente le si avvicinò. Quel viso le pareva di conoscerlo, l’aveva già vista anche se non ne era certa. Elvira la guardò con profondo odio negli occhi e poi le disse «Buonasera scrofa!»

La donna provò a parlare ma la ballgag le fece emettere solo un suono disarticolato e ridicolo.

Elvira sorrise nell’udire quel suono, poi afferrò con entrambe le mani la camicetta della donna e tirando con forza la lacerò. Continuò a tirare fino a quando non si strappò completamente. Finito con la camicia fece lo stesso con i pantaloni aiutandosi con una forbice, quindi il reggiseno e poi le mutandine. Infine le sfilò con violenza le scarpe. Ora la donna era completamente nuda e mostrava il corpo poco armonioso e sproporzionato di una cinquantenne un po’ in carne alle prese con i primi segni della decadenza.

Elvira aprì un cassetto e prese uno strano strumento formato da due ganci metallici, delle molle e delle cinghie. Posizionò i ganci nelle narici della donna e poi legò i lacci intorno alla nuca facendo il modo che il naso sembrasse quello di un maiale.

«Hahahahaha», rise di gusto Elvira, «Ora si che assomigli a una scrofa, tutta rosa e cicciottella».

Poi la prese per i capelli, la fissò intensamente negli occhi e le chiese «Hai capito vero chi sono?»

La donna ebbe un sussulto, ora aveva collegato le poche foto che aveva potuto vedere, era l’odiata donna che le aveva portato via il suo compagno e che lei aveva soprannominato incautamente “La troia”.

Elvira si girò verso la porta e a voce alta disse «Vieni subito Amos». Pochi secondi dopo entrò un uomo completamente nudo che con estrema umiltà a capo chino disse «Mi dica Padrona».

«Amos voglio che prepari la scrofa, rasale la fica e portamela nella sala delle torture».

Lo schiavo legò un distanziatore alle ginocchia della donna così che non potesse ribellarsi e poi, dopo aver cosparso la fica di schiuma da barba eseguì l’ordine della Padrona. Quindi mise un ceppo metallico al collo della nuova schiava e dopo averle legato le braccia dietro alla schiena la trascinò a forza nella stanza dove erano attesi dalla Padrona.

«Mettile due clip per raccoglitori sulle labbra della fica e poi legala sulla sbarra».

La sbarra era un paletto di acciaio fissato orizzontalmente a poco meno di un metro da terra, collegata a dei cavi elettrici.

Amos posizionò di forza la donna a cavalcioni, con la fica ben aperta dalle pinze a contatto della barra metallica. Quindi legò con un cordino gli estremi delle due clip sotto la sbarra così che la fica della donna rimanesse ben avvolta al palo.

Quindi Elvira fece un cenno e indicò gli stivali. Lo schiavo si lanciò a suoi piedi e iniziò a leccarli seguendo la Padrona quando si spostava.

«Guarda scrofa e impara. Da oggi e per il resto della tua esistenza diventerai una mia schiava e vivrai al mio servizio». La donna guardò con odio Elvira che le rispose con un sorriso soddisfatto mentre si avvicinava ad una manopola fissata sulla parete.

Quindi girò l’interruttore a circa un terzo della scala numerica stampata. La corrente iniziò a circolare nella sbarra e la vittima si irrigidì e iniziò a urlare. Lo schiavo intanto continuava diligente a leccare gli stivali della sua Padrona.

La schiava cercava disperatamente di spingere con le punte dei piedi per evitare il contatto della sbarra elettrificata ma le pinze fissate sulle grandi labbra le impedivano di sottrarre la carne della fica dal terribile contatto.

Elvira allora girò ancora la manopola e la portò sul 7. La donna urlò ancora più forte, si sentiva ustionare la fica. Amos intanto leccava con ancora più veemenza e mostrava in maniera inequivocabile l’eccitazione per la crudeltà messa in scena dalla sua Padrona.

Elvira se ne accorse e strofinò lo stivale sul cazzo dello schiavo che si bagnò di liquido pre-cum. «Pulisci subito lo stivale cagna o attacco anche te alla sbarra insieme alla troia!» gli intimò.

La schiava intanto si dimenava in maniera scomposta, disperata e in preda al dolore lancinante.

Elvira, non ancora soddisfatta, portò la potenza al massimo. La fica della donna iniziò a fumare. Il dolore ormai insostenibile le procurò un movimento violento che strappò le pinze dalle grandi labbra. La donna urlò e riuscì, al prezzo del dolore delle pinze tolte con violenza, a liberarsi dalla barra elettrificata. In punta dei piedi, in posizione precaria riusciva a stare a pochi centimetri dalla sbarra. La fica ustionata era rosso fuoco e lo sforzo per evitare il contatto con il terribile strumento di tortura la faceva tremare in modo scomposto. Ogni tanto però le caviglie cedevano e l’inevitabile contatto era come se la ricaricasse delle forze necessarie e staccarsi nuovamente.

Elvira si gustò per un po’ la scena, poi spense l’interruttore peoi ordinò allo schiavo di liberare la donna e di farla sdraiare a terra con le gambe aperte. Amos si mise a cavalcioni sulla schiava e le tenne aperte le gambe mentre la Padrona infilava la punta dello stivale nella fica martoriata della donna. Spinse forte fino a quando mezzo piede non penetrò lasciando fuori solo il tallone e il tacco dello stivale e insistette schiacciandola con disprezzo. Poi sfilò lo stivale con violenza e ordinò: «In ginocchio scrofa e leccami lo stivale sporco della tua lurida fica schifosa!».

La donna terrorizzata cominciava a comprendere di essere senza via d’uscita e con enorme sforzo strisciò fino ai piedi di quella che d’ora in poi sarebbe stata per sempre la sua Padrona. Intanto Elvira fece cenno ad Amos di occuparsi dell’altro stivale.

La scena dei due schiavi nudi, sottomessi, umiliati e adoranti ai suoi piedi esaltò Elvira. Ma non le bastava, odiava troppo quella donna e aveva bisogno di annullarla.

Così dopo aver fatto consumare la lingua della poveretta sui suoi stivali le mollò un calcio in faccia. Poi altri calci sul culo, nei fianchi, sulle cosce e infine sulla fica.

Poi disse ad Amos di incatenare la schiava al palo e di legarle anche le grosse tette smorte e di portarle alcune fruste.

Iniziò con una snake corta per poi passare ad un frustino da equitazione e infine un cane. Le tette della poveretta in breve tempo si segnarono di solchi ed ematomi viola. La donna urlava e piangeva ma non serviva ad impietosire Elvira che proseguì imperterrita fino a quando le tette della schiava iniziarono a sanguinare. Ma prima di dare fine al supplizio la Padrona strinse con forza e tirò fin quasi a staccare in capezzoli martoriati. E mentre teneva i capezzoli chiese alla donna: «Quindi come mi chiamo io?» alludendo all’epiteto troia che la donna usava con l’ex marito. «Padrona, Lei è la Padrona» disse la donna ormai piegata.

«Slega questa schifa» ordinò Elvira allo schiavo. La donna stremata crollò a terra.

Poi si fece aiutare dallo schiavo a sfilare gli stivali e dopo essersi levata pantaloni e mutandine si mise in piedi sormontando la schiava e le pisciò in faccia.

Dopo essersi rivestita prese la schiava per i capelli e le strofinò la faccia nella pipì rimasta sul pavimento.

Da uno scaffale prese un plug che terminava con la coda arricciata di maiale e lo infilò nel culo della donna. Quindi si godette la visione d’insieme; la corporatura, le narici sollevate e il codino la rendevano del tutto simile a una femmina di suino.

«Verrai addestrata come una lurida scrofa. Imparerai a comunicare grugnendo. Sarai nutrita di solo scarti, ti ciberai dalla mangiatoia e verrai bastonata per ogni mancanza. Rassegnati, qui non ti potrà trovare nessuno e vivrai da schiava il resto della tua vita miserabile. ».

Poi ordinò: «Amos, prendi il pungolo elettrico per bestiame e conduci la scrofa nel porcile».

A spasso al parco

Una bella giornata primaverile, soleggiata e calda invogliò la giovane Sandra ad andare al parco per fare una passeggiata e divertirsi un pò con il suo fidanzato Ruggero. Erano una coppia decisamente particolare, lei una bella ragazza 30enne dal fisico minuto ma molto tonico. Lui,un uomo di 45 anni ben tenuto e piacente. Entrambi coltivavano una passione comune, l’attrazione verso i giochi BDSM. Difatti i due non vivevano da soli ma con un sottomesso che assecondava ogni loro desiderio trasformandosi da cane di compagnia in autista, cuoco, massaggiatore, sguattero…

Sandra preparò la borsa con i vari giochini per andare al parco mentre lo schiavo personale si occupò della cesta del picnic. Solitamente guidava Klaus, lo schiavo 25 enne, pugile professionista, tuttavia questa volta Sandra decise che sarebbe stato messo sui sedili posteriori come un vero cagnolino e gli mise anche il collare con la sua targhetta personalizzata e una gag ball a forma di osso stretta bene in bocca.

Una volta giunti al posto, un’oasi di natura poco frequentata immersa nel bosco, Sandra decise di portare al guinzaglio Klaus per fargli sgranchire un po’ i muscoli. Ruggero nel frattempo preparò il picnic. Una volta tornata dalla passeggiata Sandra tolse il guinzaglio e la gag ball a Klaus e si sedette sulla coperta distesa sul prato, si sfilò la sneakers e la lanciò a Klaus per farsela riportare. Continuò a giocare così finchè non fu tutto pronto, poi chiese a Ruggero di legare con la catena Klaus all’albero che faceva loro ombra mentre avrebbero consumato le pietanze. Si sfilò le scarpe e sentendo i piedi un po’ sudati se li fece rinfrescare da Klaus con la lingua mentre consumava da semisdraiata l’ottimo pranzetto. Ogni tanto lei o Ruggero lanciavano qualcosa nella ciotola di Klaus che non esitava a ripulirla, sapendo che altrimenti Sandra l’avrebbe punito con il guinzaglio sul sedere.

A pasto terminato Sandra e Ruggero andarono a fare una passeggiata nei dintorni lasciando Klaus legato e solo a far da guardia. Il cane soffrì molto la loro mancanza e quei pochi minuti lì sotto il sole gli sembrarono una vera eternità. Gioì quando in lontananza vide i propri Padroni, in realtà non gli rimaneva altro da fare per evitare punizioni. Sandra era particolarmente severa nell’addestramento e non tollerava un cane privo di festeggiamenti alla vista dei Padroni. Klaus però ha esagerò dimenandosi troppo, cosa che indispose la padrona. La ragazza per risposta gli sferrò un doloroso calcio al fianco per farlo accucciare. “Hai sete bestiolina?”, chiese a Klaus, che poteva solo abbaiare per risponderle. “Va bene allora ti abbevererai dalla ciotola del mio divino nettare.”, si slacciò i jeans e li abbassò svuotandosi la vescica nella ciotola. Klaus vi immerse la testa e cercò di finirla tutta, come da regola della ciotola vuota. “Scommetto che da bestia quale sei vorresti pure leccarmela per ripulirla. Porco schifoso…” gli gridò contro dandogli un sonoro schiaffo in viso. “Lo sai che certe cose le può fare solo il mio uomo, sciocco.”, incalzò la ragazza avvicinandosi a Ruggero. Per provocare decise di limonare con il suo uomo davanti allo schiavo ancora legato all’albero. Sandra si eccitò e portò la mano di Ruggero tra le sue cosce, era bagnata e gli chiese di far leccare le sue dita umide allo sfigato al guinzaglio. Ruggero si divertiva molto a provocare lo schiavo in questo modo quindi avvicinò le sue dita intrise degli umori di Sandra allo schiavo e gli disse: “Prima annusa per imparare l’odore della figa e poi puoi leccare. ” Klaus era al settimo cielo.

Si fece un po’ tardi ed era ora di rientrare a casa per evitare il traffico. Ma Sandra ebbe una favolosa idea. Bendò il cane e si sfilò le mutandine, lanciandole nel prato. “Dai odora il profumo della tua Padrona se vuoi tornare a casa, bestia. ” lo sbeffeggiò ridendo. Lei e Ruggero si divertivano un mondo a vedere quel ragazzo cercare le mutandine alla cieca, così goffo nei movimenti. Cercava di aiutarsi con le mani allargandole in avanti più che poteva. Ogni tanto veniva sollecitato con calci nelle palle o nei glutei da entrambi i Padroni. Poi trovò le mutandine e come premio Sandra gliele fece annusare e leccare. Sapevano di lei e dei suoi umori.

Poi fecero rimettere tutto a posto allo schiavo e lo lasciarono guidare sedendosi dietro per amoreggiare mentre lui visibilmente eccitato doveva badare alla strada. Sandra si divertiva a essere particolarmente rumorosa durante per provocare ulteriormente il coglione. Una volta a casa la regola era prima i Padroni poi il cane. Quindi appena arrivarono a casa Klaus scattò fuori dalla macchina aprì ai Padroni e si sdraiò davanti alla porta per far loro da zerbino. Loro con grande piacere lo calpestarono per entrare in casa e lo intimarono a fare in fretta perchè avevano fame. Lo schiavo dovette portare alla Padrona le sue ciabattine in bocca e a quattro zampe come un bravo cagnolino. Quindi proseguì a scaricare in fretta la macchina, mise tutto a posto e corse in bagno dove Sandra lo attendeva scocciata per l’attesa. Lo lavò con un getto di acqua gelida. Una volta pulito Sandra gli fece indossare la cintura di castità e un dildo bello grosso per allargare il culo. Gli rimise il collare e lo spedì in cucina.

Durante la cena venne permesso al cane di stare sotto il tavolo mentre i Padroni banchettavano. Sandra si divertiva a mostrargli le mutandine scosciandosi e provocando così allo schiavo dolore per l’erezione bloccata dalla cintura di castità. A cena terminata gli venne ordinato di mettere a posto tutto nel minor tempo possibile e senza far rumore per non disturbare la coppia dominante mentre sorseggiava un bicchiere di vino davanti alla tv. Uno dei tanti compiti serali del sottomesso era fare da poggiapiedi e massaggiatore a entrambi… prima di accompagnarli a letto.

Sandra era esibizionista e amava fare sesso davanti al cane, per cui era sua abitudine legare lo schiavo ai piedi del letto per farsi ammirare meglio. Il sottomesso assisteva a tutti i loro giochi erotici ma non poteva avvicinarsi perché era immobilizzato a dovere e l’erezione provocata dalla visione gli era particolarmente fastidiosa a causa della cintura di castità. Era frustrato… Sandra adorava vedere la disperazione nei suoi occhi. Si fece sborrare sul corpo e si avvicinò allo schiavo dicendogli: “Ora se vuoi essere liberato lecca tutta la sborra del tuo Padrone. Quando mi avrai ripulita ti libererò dalla cintura.”

Lo schiavo obbedì e gli venne concesso di dormire ai piedi del letto dei Padroni per essere pronto a far loro da scendiletto la mattina successiva.

Divagazioni sul CFNM in un rapporto DS

Scritto da: schiavo amos
Pubblicato da: Elvira Nazzari

Il CFNM (Clothed Female Naked Male) è un acronimo che identifica tutte quelle situazioni in cui un uomo è nudo in presenza di una o più donne vestite. Esiste anche una versione meno conosciuta al femminile, il CMNF.

Se gli acronimi che identificano queste pratiche appartengono al mondo contemporaneo non lo è certo la raffigurazione che ha diversi esempi nell’arte ed è stata una tematica artistica ricorrente, specie nelle pitture orientaliste del diciannovesimo secolo, quantomeno nella versione femminile.

L’esempio archetipico di questo genere di scene è raffigurato da Jean-Leon Gerome nel dipinto The Slave Market, dove una schiava femmina nuda è esaminata da un potenziale acquirente.

Nell’iconografia contemporanea presente sulla Rete la connotazione non è legata esclusivamente al mondo del BDSM ma ha anche risvolti esibizionisti più classici che però non rientra tra i miei interessi. Tuttavia è perlopiù associata all’ambito dell’imbarazzo e della nudità forzata (ENF Embarrassed Nude Female o anche ENM Embarrassed Nude Male) e, anche la pratica dell’esibizionismo, che ha connotazioni anche al di fuori dell’universo BDSM, nel caso che prendo in esame è visto come il piacere di esibire ad altri una persona, come ad esempio il proprio sottomesso e quindi fa parte di queste dinamiche.

Nel mio ragionamento analizzerò esclusivamente gli aspetti legati al mondo della dominazione/sottomissione e in particolare quelli presenti nel rapporto con la mia Padrona e che ho potuto vivere e quindi comprendere.

Credo che questo aspetto sia stato presente fin dalle prime avvisaglie della mia natura sottomessa, anche se ai tempi non penso nemmeno che esistesse la categorizzazione di questa sfaccettatura della sottomissione, e nonostante nel mio percorso di sottomesso abbia provato e sperimentato diverse pratiche e situazioni, questa è rimasta sempre una costante.

Quali sono quindi gli aspetti che entrano in gioco? Perché privarsi dei propri indumenti di fronte a qualcuno vestito può essere un atto così fortemente imbarazzante?

Il vestirsi è nato dalla necessità di proteggersi dagli elementi atmosferici, il freddo, la pioggia, il sole.

Nel corso dell’evoluzione il vestire ha poi acquisito una grande importanza sociale, aiuta a definire la nostra personalità e ad integrarci in un gruppo di persone. Inoltre, il vestito è un fattore determinante nella costruzione dell’identità personale.

Il vestito è quindi di fatto un qualcosa che ci identifica e ci protegge, obbligare qualcuno alla nudità significa privarlo della propria identificazione, del senso di protezione e, in un contesto sociale, portarlo al gradino più basso. In parole povere è una potentissima forma di umiliazione.

La vittima, privata da questa armatura atavica, si sente fortemente a disagio ed estremamente vulnerabile.

Le parti più intime sono esposte a sguardi e commenti e sono anche immediatamente accessibili al dominante, il che da al sottomesso una forte sensazione di essere un oggetto ad uso e consumo del padrone.

Nello schiavo di sesso maschile sensibile a questo tipo di umiliazione, c’è poi un aspetto che aumenta in misura esponenziale il suo senso di degradazione, cioè il fatto che la sua eccitazione, a differenza della donna, è palesemente manifesta e questo lo rende ancora più vulnerabile all’essere ridicolizzato.

Nel rapporto con la mia Padrona abbiamo adottato questa pratica come una costante e di regola è stato stabilito io devo essere sempre nudo in ogni situazione.

Questo perché rimarca costantemente il mio stato di sottomissione nei suoi confronti e, in un rapporto che regola le sue dinamiche sull’espressione delle nostre differenti nature che è di fatto quotidiano, è importante non cadere nelle trappole dell’abitudine. Così come in ogni genere di rapporto dopotutto.

Il fatto che io in sua presenza sia sempre completamente nudo mi mette in modo automatico e mi ricorda costantemente il mio status di schiavo nei suoi confronti, non c’è scampo.

Però c’è un aspetto molto importante che ho compreso vivendo questa esperienza.

L’effetto del CFNM è molto più potente quando questa condizione viene rimarcata e fatta pesare dal dominante.

Trascurando questo aspetto la sensazione di imbarazzo tende ad affievolirsi perché c’è molta differenza tra l’essere nudo e l’essere fatto sentire nudo.

Infatti ho notato che anche dopo anni di rapporto, quando la Padrona adotta alcuni accorgimenti l’effetto di imbarazzo e umiliazione è potente come le prime volte.

Quando indossa indumenti che la coprono molto, per esempio, per me è molto più umiliante. Probabilmente perché enfatizza il divario tra me e lei. Pantaloni e stivali per me sono come la kriptonite per Superman.

E poi quando si sofferma con lo sguardo, quando mi ispeziona, quando fa commenti espliciti sulle mie parti intime, quando mi obbliga a stare fermo in posizioni che mi espongono, quando mi fa foto e video dicendomi che li mostrerà in giro.

Oppure anche quando, anche se non è mai successo, mi minaccia di mostrarmi nudo ad altre persone.

Insomma, quando calca la mano e mi fa pesare la situazione per me è molto più difficile reggere il senso si umiliazione.

 

Applicazioni e varianti

Detto delle sensazioni che la pratica del CFNM provoca sul sottomesso ci sono poi le svariate possibili applicazioni che possono amplificarne le sensazioni. Mi viene per esempio in mente quando la Padrona mi ha obbligato ad imparare le Slave Position, oppure la volta che mi ha imposto un training fisico facendomi svolgere esercizi sotto la sua supervisione.

Oppure quando devo svolgere i lavori domestici (argomento che approfondirò con un articolo dedicato), dove oltre all’imbarazzo di essere nudo c’è l’umiliazione che si aggiunge di dover praticare un lavoro degradante e dove, per calcare la mano, mi viene imposto un plug, una ball gag e un campanello legato ai genitali.

Un’altra variante di umiliazione estrema potrebbe essere costringere il sottomesso a mettere in scena spettacoli di genere sessuale. Obbligarlo a penetrarsi con toys, fare pompini a falli di gomma e indurlo a gemere come una cagna e, perché no, magari di fronte a un pubblico. Tempo fa ricordo la Padrona mi aveva detto che mi voleva esibire in una video chat dal vivo.

Non mi è ancora capitato di subire un’umiliazione pubblica e mi tremano le gambe al solo pensiero. Tuttavia non posso escludere che succederà in futuro e, visto il percorso che ho deciso di percorrere, non credo che potrò tornare indietro.